Torniamo sul delicato tema dell’utilizzo degli smartphone in età adolescenziale, perché è emerso un nuovo interessante spunto di discussione che si va anche a collegare a quanto avvenuto i giorni scorsi in Australia. Con un utilizzo dello smartphone sempre più diffuso tra i giovani, vengono sollevati interrogativi sul piano educativo e sanitario: la ricerca internazionale di questi ultimi anni si è concentrata non più solo sulla quantità di tempo trascorso davanti ai dispositivi, ma anche sulla tipologia e sulla qualità di utilizzo.
In tal senso risulta interessante il tema affrontato in uno dei più recenti episodi del podcast Modem di RSI (Radiotelevisione svizzera di lingua italiana), nel quale è intervenuta Rosalba Morese, ricercatrice e docente in psicologia e neuroscienze sociali all’Università della Svizzera italiana.
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Lo smartphone nelle fasi critiche dell’adolescenza: i divieti e l’effetto dello scroll passivo
L’uso degli smartphone collegati perennemente a Internet è ormai diffusissimo, anche (e forse soprattutto) tra i giovani. Mentre in Australia è entrato in vigore proprio in questi giorni il divieto di utilizzo dei social da parte dei minori di 16 anni, anche altri Paesi si stanno interrogando sul da farsi. La discussione si contrappone tra chi considera giusto proteggere i più giovani attraverso divieti di questo tipo, e chi invece ritiene che sia meglio puntare su prevenzione ed educazione, magari proprio nelle scuole.
Secondo la ricercatrice Rosalba Morese, l’uso intensivo degli smartphone durante la fase adolescenziale può portare a dei problemi. Secondo quanto riferito, stanno emergendo delle ricerche che mostrano come il cervello di un adolescente segua “traiettorie diverse in base all’utilizzo o meno del cellulare e dei social media“. Studi recenti hanno documentato modifiche nello spessore di alcune aree cerebrali correlate all’uso di dispositivi digitali.
Per la ricercatrice Sara Blackmore le fasi critiche nello sviluppo cerebrale sono principalmente due: la prima si colloca tra gli 11 e i 13 anni nelle ragazze e tra i 14 e i 15 anni nei ragazzi, mentre la seconda riguarda tutti i ragazzi intorno ai 19 anni. Durante l’adolescenza si sviluppano tra le altre cose le capacità di autocontrollo, fondamentali per la gestione delle relazioni interpersonali e per la vita di tutti i giorni. Morese precisa anche che si tratta di capacità molto preziose, che ci permettono di essere adeguati e appropriati al contesto sociale.
Il nostro cervello mette in atto specifici circuiti neurali mentre svolgiamo delle attività (“mentre guidiamo ci alleniamo alla guida, mentre corriamo ci alleniamo alla corsa” e così via), ed è interessante la distinzione tra uso passivo e attivo, che risulta determinante anche nei social network: lo scrolling passivo di contenuti produce a quanto pare effetti diversi rispetto alla loro creazione o alle attività di socializzazione educativa, con un possibile impatto negativo sulla salute mentale e sul benessere.
All’interno del podcast (che potete ascoltare integralmente qui) ci si sofferma in particolare sulle eventuali iniziative da prendere in Svizzera, in Canton Ticino, ma il discorso si può naturalmente allargare anche ad altri Paesi. Dato che il divieto attuale che in Svizzera prevede di tenere il telefono spento nello zaino (nelle scuole medie) non viene ritenuto sufficiente, il dibattito si sofferma su due punti di vista: da un lato c’è chi, come il Consigliere Nazionale Giorgio Fogno, chiede di vietare del tutto l’introduzione di dispositivi connessi (come gli smartphone) nelle scuole elementari e medie, dall’altro chi, come l’educatore Ilario Lodi, ritiene che proibire completamente il telefono non sia la scelta giusta.
Secondo quest’ultimo, si tratterebbe della perdita di un’occasione educativa fenomenale per scuola, Paese, famiglie e mondo del lavoro: lo smartphone fa ormai parte della vita di tutti ed è un elemento con il quale entrare in relazione con il mondo. Sarebbe responsabilità della scuola quella di educare all’uso critico e responsabile di uno strumento così importante, e quindi la soluzione sarebbe quella di rafforzare le regole sull’utilizzo, senza eliminarlo completamente. Anche la ricercatrice Morese concorda che il divieto proposto attualmente nel Paese non sia sufficiente, ma sottolinea l’importanza di un approccio educativo e non punitivo e la necessità di una forte collaborazione tra scuola e famiglia per definire regole chiare. Per quest’ultima risulta comunque molto importante avere momenti di disconnessione, che giovano alla salute mentale e allo sviluppo cognitivo.
Vi ricordiamo che attualmente in Italia è in vigore il divieto di utilizzo dello smartphone nelle scuole, in ogni ciclo di istruzione: ogni scuola deve assicurare il divieto durante le lezioni, ma sono i singoli istituti a stabilire se sequestrare i dispositivi all’ingresso o se concederli almeno durante l’intervallo. In altri Paesi, come in Francia, vige invece l’assoluto divieto: a partire dallo scorso settembre, gli studenti dagli 11 ai 15 anni devono infatti separarsi completamente dai loro dispositivi per l’intera giornata scolastica, riponendoli in armadietti, custodie sigillate o contenitori chiusi a chiave all’ingresso dell’istituto, per poi recuperarli solo al momento dell’uscita.
