Il governo italiano ha deciso di concedere una tregua, almeno temporanea, alla controversa tassa sui cosiddetti mini pacchi provenienti dai Paesi extra UE. Con un intervento inserito all’interno del decreto PNRR approvato dal Consiglio dei ministri del 22 giugno, l’esecutivo ha infatti rinviato dal 1° luglio al 1° ottobre 2026 l’entrata in vigore del contributo nazionale da 2 euro previsto per le spedizioni di valore inferiore a 150 euro.

La decisione arriva a pochi giorni dalla scadenza originariamente fissata e punta soprattutto a evitare una situazione che avrebbe potuto creare ulteriori complicazioni per operatori logistici, importatori e consumatori: dal 1° luglio entrerà infatti in vigore anche il nuovo prelievo europeo da 3 euro sui piccoli pacchi provenienti da Paesi esterni all’Unione Europea.

In assenza del rinvio, le due misure si sarebbero sommate generando un aggravio complessivo di 5 euro per ogni spedizione interessata, oltre all’IVA già prevista dalla normativa vigente.

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Perché la tassa italiana è stata rinviata

La tassa nazionale sui mini pacchi era stata introdotta con la Legge di Bilancio 2026, in un momento in cui l’Unione Europea non aveva ancora definito in modo definitivo il proprio sistema di tassazione per le importazioni a basso valore provenienti soprattutto dalla Cina e dalle principali piattaforme di e-commerce internazionali.

Nel frattempo però, Bruxelles ha accelerato il percorso verso l’introduzione di una tariffa comune a livello comunitario, l’orientamento dell’Unione è infatti quello di sostituire progressivamente le iniziative nazionali con una handling fee, una sorta di contributo per la gestione doganale che tutti gli Stati membri dovranno applicare entro il mese di novembre.

Il rinvio deciso dal governo italiano rappresenta quindi una misura ponte che consente di attendere l’arrivo del nuovo sistema europeo senza creare una doppia imposizione fiscale per alcuni mesi.

Il timore di perdere traffico verso altri Paesi europei

La proroga non nasce soltanto dall’esigenza di coordinarsi con le nuove regole europee, nelle ultime settimane infatti, associazioni di categoria e operatori della logistica avevano intensificato le richieste di rinvio evidenziando possibili effetti negativi per il sistema italiano.

Secondo le aziende coinvolte, il semplice annuncio della tassa avrebbe già contribuito a modificare i flussi di importazione verso il nostro Paese; diverse operazioni di sdoganamento sarebbero state trasferite verso altri Stati membri che non applicano un contributo analogo, tra cui Belgio, Paesi Bassi e Ungheria.

Le merci continuerebbero poi a raggiungere il mercato italiano attraverso trasporti terrestri, con la conseguenza di sottrarre attività e valore economico alla filiera nazionale della logistica e delle spedizioni.

Le stime riportate dalle associazioni parlano addirittura di una perdita di circa il 50% del traffico registrata nei primi mesi dell’anno, prima ancora che la tassa entrasse effettivamente in vigore. Un dato che avrebbe spinto il governo a valutare con maggiore attenzione le possibili conseguenze economiche e occupazionali della misura.

Cosa succederà dal 1° luglio

Per i consumatori che acquistano prodotti da piattaforme internazionali la novità più importante è che dal 1° luglio non scatterà alcun sovrapprezzo nazionale aggiuntivo.

Resterà invece operativo il nuovo contributo europeo da 3 euro per i pacchi di valore inferiore a 150 euro provenienti da paesi extra UE; in pratica, almeno fino al 1° ottobre 2026, gli acquisti saranno soggetti esclusivamente alla misura comunitaria e non alla combinazione tra tassa italiana e prelievo europeo che avrebbe portato il costo aggiuntivo a 5 euro per spedizione.

La tassa italiana da 2 euro rimane comunque formalmente prevista e dovrebbe entrare in vigore il prossimo 1° ottobre, salvo ulteriori modifiche normative o l’eventuale piena attuazione del nuovo sistema europeo di gestione doganale.

Una misura nata per contrastare l’e-commerce ultra low cost

Quando era stata annunciata alla fine del 2025, la tassa sui mini pacchi era stata presentata come uno strumento per limitare gli acquisti di prodotti a bassissimo costo provenienti soprattutto dalla Cina.

L’obbiettivo dichiarato era duplice: da un lato ridurre l’impatto ambientale generato dall’enorme volume di spedizioni internazionali, dall’altro cercare di tutelare le imprese europee e italiane dalla concorrenza delle piattaforme che vendono prodotti a prezzi particolarmente aggressivi.

Accanto alle finalità dichiarate, la misura aveva però anche una funzione di carattere fiscale, le previsioni contenute nei documenti di bilancio stimavano infatti in gettito pari a circa 122,5 milioni di euro per il 2026, e circa 245 milioni di euro a regime.

Per il momento, tuttavia, il Governo ha preferito congelarne l’applicazione per evitare sovrapposizioni con le nuove regole europee e limitare gli effetti negativi sul settore logistico nazionale. Gli utenti che acquistano su marketplace internazionali come Temu, AliExpress, Shein e altre piattaforme extra UE potranno dunque beneficiare di qualche mese di respiro prima dell’eventuale arrivo del contributo italiano.