Quando Google lanciò il Pixel 3 nel 2018, lo accompagnò con una novità passata quasi inosservata agli occhi del grande pubblico: il Titan M, un co-processore dedicato interamente alla sicurezza del dispositivo.

Per la società di Mountain View era un segnale ben preciso della direzione che voleva prendere, e negli anni successivi il percorso è continuato in modo costante. Ricordiamo infatti che con il debutto della prima generazione di Tensor nel 2021 arrivò il Titan M2, costruito su architettura RISC-V e pensato per resistere a minacce fisiche particolarmente sofisticate, come l’analisi elettromagnetica o le variazioni di tensione.

Ora, a distanza di diversi anni da quell’aggiornamento, circolano le prime indiscrezioni su un nuovo capitolo: il Titan M3, che secondo quanto riportato dal canale Telegram Mystic Leaks sarebbe destinato ad accompagnare il prossimo Tensor G6, il chip personalizzato di Google noto internamente con il nome in codice “Google Epic”.

Il firmware associato porta il nome “longjing” e, al momento, le informazioni disponibili si fermano praticamente qui.

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Google vuole sfidare Apple sul terreno della sicurezza

A rendere ancora più interessante questo rumor è il fatto che supporta con buona sostanza la direzione strategica di Google. Secondo le indiscrezioni, infatti, la società starebbe cercando di avvicinarsi al livello offerto dal Secure Enclave di Apple, il componente che da anni è uno dei punti di forza del sistema iPhone sul fronte della protezione dei dati sensibili.

Nemmeno il momento scelto per il lancio di questa novità sembra essere casuale. Il 2026 segnerà il decimo anniversario della linea Pixel e il quinto anniversario dall’introduzione del silicio personalizzato con Tensor. Google ha tutto l’interesse a celebrare queste ricorrenze con un annuncio significativo, e un nuovo co-processore di sicurezza si inserisce perfettamente in questo ambito.

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Cosa fa davvero un chip come il Titan M?

Per chi non avesse familiarità con questo tipo di componenti, vale la pena spiegare a cosa serve concretamente un co-processore dedicato alla sicurezza. Il Titan M originale svolgeva già funzioni essenziali: verificava l’integrità del bootloader all’avvio del telefono, gestiva la protezione della schermata di blocco limitando i tentativi di accesso, e consentiva di generare e conservare chiavi crittografiche private in modo isolato dal resto del sistema, grazie alle API StrongBox introdotte con Android 9.

L’idea di base è che certi dati (come le chiavi di cifratura, le credenziali biometriche, i token di autenticazione) non debbano mai transitare attraverso il processore principale, dove potrebbero essere intercettati da software malevolo.

Ebbene, il Titan M2 ha poi esteso questa protezione anche al piano fisico, rendendo il chip resistente a manipolazioni hardware che richiederebbero accesso diretto al dispositivo. Scenari estremi, ma rilevanti per chi lavora in contesti ad alto rischio o per chi semplicemente vuole la massima garanzia possibile sulla propria privacy.