Come abbiamo visto i mesi scorsi, TIM e Fastweb+Vodafone hanno trovato accordi per il miglioramento della rete mobile 5G in Italia: la neonata joint venture prevede anche la costruzione di 6000 nuove torri mobili nel nostro Paese e apre una nuova fase per il settore, ma secondo il Centro Economia Digitale (CED) fa sorgere interrogativi sul piano industriale e regolatorio.
Segui TuttoAndroid su Google Discover
roborock Qrevo Curv 2 Flow
Offerta + clicca su applica coupon di 50 euro + coupon: TTANDROID5
Gli accordi TIM e Fastweb+Vodafone sono un’opportunità per l’Italia, ma servono regole precise per il CED
L’operazione pensata da TIM e Fastweb+Vodafone punta a produrre benefici concreti, in particolare nelle zone dove la copertura della rete mobile risulta ancora insufficiente. Allo stesso tempo, il Centro Economia Digitale ritiene sia necessaria una governance chiara per evitare effetti distorsivi sul sistema.
In Italia, così come nel resto dell’Unione Europea, il settore delle telecomunicazioni soffre di una frammentazione che comprime i margini e di conseguenza limita le capacità di investimento degli operatori. Questo ha dunque reso più difficile sostenere cicli di innovazione ambiziosi in Europa, a differenza ad esempio di quanto avviene in diversi Paesi asiatici. L’accordo tra TIM e Fastweb+Vodafone punta proprio a “superare” il problema, con l’intento di razionalizzare i costi e riequilibrare i margini.
Nelle zone dove la rete è più carente, come distretti industriali, zone rurali e montane, la costruzione di nuove torri colmerebbe un gap reale, migliorando la competitività del territorio. “Ci sono elementi positivi concreti: esistono aree del territorio produttivo italiano che attendono da troppo tempo una copertura adeguata, e in quei contesti la costruzione di nuove infrastrutture è un investimento legittimo e necessario”, ha dichiarato Rosario Cerra, presidente del Centro Economia Digitale.
Il CED pone però l’attenzione sui rischi legati alla duplicazione infrastrutturale. “Nei segmenti già coperti“, ha avvertito Cerra, “la duplicazione di infrastrutture passive a costi fissi elevati rischia di generare inefficienze sistemiche nel medio-lungo periodo, sottraendo capitali ai veri layer dell’innovazione“.
I benefici competitivi nel breve e i costi nel lungo periodo devono essere gestiti con strumenti adeguati: per questo il CED invita le istituzioni a intervenire con una cornice di policy chiara. “Il nostro auspicio è che le Istituzioni accompagnino questo piano con criteri chiari, orientando i nuovi siti verso le aree non adeguatamente coperte e garantendo un regime di open access che trasformi l’infrastruttura in una piattaforma aperta“, ha sottolineato Cerra.
Orientare gli investimenti, favorire l’accesso aperto e promuovere un confronto tra tutti gli operatori prima della finalizzazione dell’accordo sono tra le indicazioni principali. In più, sempre secondo il CED, il giudizio delle autorità non dovrebbe limitarsi alla questione antitrust, ma dovrebbe anche includere una valutazione più ampia legata alla coerenza industriale e alla sicurezza economica nazionale. Per il Centro, serve costruire un equilibrio tra competizione, efficienza e visione strategica, e questa sfida non può che passare dalla qualità delle regolamentazioni.

