Quanto sono efficaci le misure prese dalle big tech per contrastare il fenomeno della dipendenza dei giovani dai social network? È uno dei grandi interrogativi che emerge quando, a seguito di un’indagine e una condanna, si impone ai colossi tecnologici di introdurre misure efficaci per contrastare il problema. O anche quando le stesse aziende, annunciano nuove funzioni in questa direzione. È il caso dell’opzione “Prenditi una pausa” di Instagram, presentata nel 2022 da Meta come uno strumento capace di rendere gli utenti più consapevoli del tempo trascorso sulla piattaforma. Proprio su questa funzione si concentra ora un capitolo delicato di un processo in corso negli Stati Uniti contro Meta.

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Il processo contro Meta

Meta è chiamata in giudizio da un gruppo di ventinove Stati americani, che accusano l’azienda di aver progettato deliberatamente funzioni capaci di creare dipendenza tra i più giovani, contribuendo così a un peggioramento della loro salute mentale. Un’accusa che riguarda anche l’Europa con la violazione del Digital Services Act. Gli Stati (California, Colorado, Kentucky e New Jersey) sostengono inoltre che Meta abbia raccolto e utilizzato in modo improprio i dati personali di utenti minori di tredici anni.

Nel corso del processo è stato ascoltato anche George Volichenko, che ha lavorato per Meta in due periodi diversi. Il primo, dal 2016 al 2018, nel reparto marketing analytics; il secondo, tra aprile 2022 e febbraio 2023, come data scientist nel team di Instagram dedicato al benessere mentale. Secondo quanto ricostruito dall’Associated Press, Volichenko ha raccontato che il team sarebbe stato creato soprattutto per proteggere Meta da possibili cause legali. Ha inoltre spiegato che la sua possibilità di incidere sulle decisioni era limitata e fortemente condizionata dalle indicazioni e dai feedback dei vertici dell’azienda.

Proprio all’interno di questo contesto si inserisce la vicenda di Prenditi una pausa. Secondo quanto riportato da Bloomberg, Volichenko ha raccontato che l’adozione iniziale della funzione fu definita “deludente” già nelle prime analisi interne, e ne avrebbe attribuito le cause anche a una scarsa volontà della leadership di Meta di potenziare strumenti di sicurezza che avrebbero potuto incidere negativamente sulle metriche principali dell’azienda, come il tempo di utilizzo e il coinvolgimento degli utenti.

Una successiva indagine avrebbe mostrato un tasso di utilizzo effettivo intorno allo 0,2%, con appena lo 0,165% degli adolescenti che avrebbe sia attivato la funzione sia effettivamente rispettato la pausa di dieci minuti suggerita. Sempre secondo l’Associated Press, il team di Volichenko avrebbe proposto di attivare Prenditi una pausa automaticamente per gli adolescenti più giovani già in quella fase, proposta che la leadership dell’azienda avrebbe però respinto.

Inoltre, questi risultati contrasterebbero con quanto dichiarato pubblicamente da Meta in passato, quando l’azienda aveva parlato di un tasso di adozione ben più alto tra gli adolescenti che avevano provato la funzione almeno una volta.

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La versione di Meta

Prima della testimonianza di Volichenko, era stato ascoltato anche Francesco Fogu, direttore del product design di Instagram. Durante l’udienza, Fogu ha avuto un confronto acceso con l’avvocato dei ricorrenti sulle chat interne e sui documenti aziendali presentati alla giuria. Successivamente è toccato ad Adam Mosseri, responsabile di Instagram, che ha difeso le scelte dell’azienda. Mosseri ha però riconosciuto che, prima di diventare attiva automaticamente, la funzione Prenditi una pausa veniva utilizzata da una percentuale molto bassa di adolescenti. Dal 2024, con l’introduzione degli account per gli adolescenti, la funzione è infatti preimpostata sui profili dei più giovani e non richiede più un’attivazione manuale.

Il procedimento, che si sta svolgendo in un tribunale della California, dovrebbe proseguire per diverse settimane e si concluderà con un verdetto della giuria di natura consultiva. Resta quindi da vedere quale sarà l’esito finale di un processo che rappresenta, secondo diversi osservatori, uno dei test legali più significativi mai affrontati finora sull’impatto dei social media sulla salute mentale dei più giovani.

È una vicenda che, al di là dei risvolti giudiziari, interroga sull’efficacia di strumenti che, senza un’educazione culturale all’utilizzo dei social (una competenza non esclusiva dei più giovani), sembrano essere sostanzialmente inutili.