Con la diffusione degli strumenti di intelligenza artificiale generativa, creare musica è diventato alla portata di chiunque, anche di chi non ha mai suonato uno strumento in vita sua. Peraltro, Google stessa offre uno strumento basato su Lyria 3 che permette agli utenti di Gemini di comporre brani in pochi secondi.
Ma attenzione, perché questa apparente apertura creativa porta con sé una domanda sempre più urgente: come facciamo a sapere se quello che stiamo ascoltando è il frutto del talento umano o di un algoritmo?
Google ha già una risposta parziale a questo problema: si chiama SynthID, un sistema di watermarking che imprime una sorta di firma digitale invisibile all’interno dei contenuti generati dall’IA (immagini, video e, appunto, musica).
Il segno non è percepibile dall’orecchio umano, ma può essere rilevato da appositi strumenti di analisi. Attualmente, chi vuole verificare se un brano porta questo marchio può farlo tramite Gemini, caricando il file audio direttamente sulla piattaforma. Il metodo funziona, ma richiede diversi passaggi: registrare l’audio, trasferirlo sul dispositivo, aprire Gemini, caricarlo. Insomma, non esattamente un processo immediato.
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C’è una novità nascosta nel codice dell’app Google
È qui che può essere utile la scoperta più recente: analizzando il codice dell’aggiornamento 17.9.50 dell’app Google per Android, infatti, alcuni ricercatori hanno individuato stringhe di testo che parlano di un’indicazione visiva da mostrare durante la ricerca musicale: un avviso che segnalerebbe all’utente quando tutto o parte dell’audio è stato generato o modificato con l’IA di Google.
La cosa interessante è il contesto in cui questa funzione sembrerebbe collocarsi: non Gemini, ma il motore di ricerca musicale integrato nell’app Google, che è lo stesso che alimenta strumenti già popolari come Now Playing o Circle to Search. In pratica, mentre cerchi di identificare una canzone che stai ascoltando, il telefono potrebbe contemporaneamente dirti se quella canzone è stata creata da un’intelligenza artificiale.
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On-device o in cloud?
Rimane però un interrogativo tecnico di non poco conto. L’identificazione musicale tradizionale (quella che riconosce un brano captandone le frequenze sonore) funziona in parte in locale, grazie a un database di firme acustiche salvato direttamente sul dispositivo, rendendola rapida e utilizzabile anche senza una connessione stabile.
Ma il rilevamento SynthID, almeno nella sua forma attuale su Gemini, richiede che il file venga inviato ai server di Google per l’analisi. Come conciliare le due cose? Potrebbe Google integrare un rilevatore SynthID direttamente nel telefono, capace di operare in tempo reale mentre si ascolta musica?
Lo scenario è sicuramente affascinante, ma per ora rimane un’ipotesi. L’alternativa meno ambiziosa ma sicuramente più realistica, almeno nel breve periodo, è che il sistema si limiti a segnalare brani già etichettati come generati dall’IA da parte di Google stessa, senza essere un detector universale per qualsiasi creazione artificiale.
Perché questa funzione potrebbe diventare molto utile
Al di là dei dettagli tecnici, l’idea di fondo ha un valore culturale che non possiamo certamente sottovalutare, visto e considerato che in un mondo che è sempre più popolato da contenuti artificiali, avere uno strumento trasparente e accessibile per distinguere l’umano dal sintetico risponde a un’esigenza reale degli ascoltatori, degli artisti e dell’industria.
Google sembra muoversi in questa direzione, e vale la pena seguire l’evoluzione di questa funzione nelle prossime settimane.

