Per oltre un decennio, Android Auto e Apple CarPlay hanno rappresentato l’evoluzione naturale dell’infotainment automobilistico. Un tempo, i sistemi integrati erano lenti, macchinosi e spesso limitati a funzioni basilari come la radio FM o il Bluetooth. Poi arrivarono Google e Apple, trasformando il cruscotto in un’estensione dello smartphone. Mappe, musica, assistenti vocali: tutto a portata di un tocco — o di un comando vocale.

Ma quello che sembrava un matrimonio perfetto tra tecnologia e mobilità potrebbe presto volgere al termine. Diverse case automobilistiche stanno iniziando a dire addio ad Android Auto e CarPlay, e i motivi vanno ben oltre l’aspetto tecnico.

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L’inizio della rottura

General Motors è stata la prima a rompere gli schemi. Nel 2025 ha annunciato ufficialmente che i suoi futuri veicoli non offriranno più il supporto ad Android Auto o CarPlay. Al loro posto arriverà un sistema proprietario sviluppato internamente, ma basato su tecnologie Google e arricchito dal nuovo assistente AI Gemini.

Una mossa che ha sorpreso molti, considerando quanto Android Auto fosse apprezzato dagli automobilisti. Tuttavia, GM non è sola. Anche altri grandi nomi europei, BMW, Mercedes-Benz e Volkswagen, insieme ad altre otto aziende del settore, stanno collaborando per creare una piattaforma alternativa e aperta chiamata S-Core (Safety Open Vehicle Core). L’obiettivo? Una soluzione “open source” che garantisca libertà e personalizzazione ai produttori, senza dipendere dalle logiche di Google o Apple.

Il primo risultato di questa alleanza dovrebbe arrivare nel corso del 2026, ma già ora l’industria sembra voler tracciare un nuovo percorso, più autonomo e meno vincolato ai giganti del software.

Il caso CarPlay Ultra: un segnale inequivocabile

Il destino incerto di queste piattaforme si è riflesso anche nel debutto di CarPlay Ultra, la versione di nuova generazione presentata da Apple nel 2025. Pensato per gestire ogni elemento dell’infotainment e dell’interfaccia digitale del veicolo, CarPlay Ultra prometteva un’integrazione completa con tutte le schermate del cruscotto.

La promessa, però, non ha convinto. Dopo un iniziale entusiasmo, diversi costruttori, tra cui Hyundai, Kia e Genesis, hanno deciso di ritirare il loro supporto. Altri, come Mercedes, BMW, Audi e Volvo, hanno dichiarato apertamente che continueranno con il tradizionale CarPlay, senza passare alla nuova versione.

Solo Aston Martin ha sposato pienamente la piattaforma, rendendo il quadro ancora più evidente: i costruttori non vogliono concedere ad Apple (e a Google) il pieno controllo dell’esperienza digitale del veicolo.

Il vero motivo: dati e controllo

I costi di implementazione di Android Auto o CarPlay non sono mai stati un problema. Google non chiede un compenso diretto per aggiungerlo ai sistemi delle auto, mentre Apple applica solo una piccola licenza. Eppure, le case automobilistiche stanno iniziando a fare un passo indietro.

La ragione? Il controllo sui dati. Ogni volta che un utente utilizza queste piattaforme, Google e Apple raccolgono informazioni — posizione, velocità, applicazioni usate, orari di utilizzo. Tutto questo flusso di dati genera un valore enorme e alimenta gli ecosistemi digitali delle due aziende, non quello dei costruttori di auto.

Con il passaggio a sistemi proprietari, le case automobilistiche potranno gestire in autonomia le informazioni provenienti dai loro veicoli, monetizzarle o utilizzarle per migliorare i propri servizi connessi. L’obiettivo non è solo economico: è strategico. In un’epoca in cui ogni auto è di fatto un computer su ruote, controllare il software significa controllare il cliente.

L’illusione dell’indipendenza

Non è però tutto così semplice. Il caso di GM è emblematico: se da un lato ha deciso di rimuovere Android Auto, dall’altro il nuovo sistema continuerà a integrare Google Gemini e i suoi servizi cloud. In altre parole, l’azienda abbandona una porta per spalancare un cancello ancora più grande verso Mountain View.

Discorso simile per altri produttori che scelgono piattaforme basate su Android open source. Queste versioni “forked” del sistema possono garantire maggiore flessibilità, ma presentano problemi di compatibilità e aggiornamento. Convincere sviluppatori di terze parti, come Spotify o Waze, a pubblicare le loro app su un nuovo store automobilistico sarà una sfida enorme. Senza queste app, l’esperienza complessiva rischia di regredire di anni.

Il precedente Tesla e Rivian

Non tutti hanno abbracciato Android Auto o CarPlay in passato. Tesla ha sempre puntato su un sistema completamente indipendente, progettato in casa, e lo stesso ha fatto Rivian, il giovane marchio americano di SUV elettrici. Entrambe le aziende hanno dimostrato che si può creare un ecosistema automobilistico senza passare dai sistemi di Google o Apple, offrendo al tempo stesso un’interfaccia moderna e fluida.

Tuttavia, si tratta di eccezioni. Tesla e Rivian sviluppano i propri software internamente, con aggiornamenti costanti e un controllo totale sul veicolo. Per la maggior parte dei costruttori, replicare un modello simile significherebbe investire miliardi e reinventare l’intero settore dell’infotainment, operazione tutt’altro che facile.

Il futuro dell’infotainment: più AI, meno smartphone

Una delle direzioni più interessanti per il futuro è l’integrazione dell’intelligenza artificiale. I nuovi sistemi potranno contare su assistenti conversazionali capaci di comprendere le abitudini del conducente, suggerire percorsi, regolare automaticamente temperatura e sedili e perfino rispondere a domande complesse. In questo scenario, l’interfaccia “a specchio” di Android Auto e CarPlay, che riflette lo smartphone sul display del veicolo, appare sempre più limitata. Se l’assistente AI conosce già l’utente e gestisce i comandi vocali in modo naturale, l’esigenza di proiettare lo schermo dello smartphone svanisce.

Non si tratta solo di una questione estetica, ma di filosofia: l’auto diventa uno spazio digitale autonomo, dove l’AI sostituisce il telefono come centro delle interazioni.

Consumatori e carmaker: chi vincerà?

La domanda cruciale resta: i consumatori accetteranno questo cambiamento? Chi è abituato ad aprire Spotify o Google Maps appena accende l’auto difficilmente sarà entusiasta all’idea di ritrovarsi con un sistema nuovo, forse più chiuso o con meno compatibilità. Se le nuove soluzioni non offriranno un’esperienza almeno pari a quella delle piattaforme attuali, la pressione dei clienti potrebbe costringere le case automobilistiche a fare marcia indietro.

Al momento, però, il vento soffia in un’altra direzione. Il 2026 si preannuncia come l’anno della sperimentazione: sistemi aperti, intelligenza artificiale integrata, e sempre meno spazio per soluzioni “esterne” come Android Auto e CarPlay. Chi vincerà questa corsa al controllo del cruscotto digitale? Probabilmente chi riuscirà a offrire non solo più libertà, ma anche più semplicità. Perché alla fine, ciò che conta davvero per l’automobilista è che tutto funzioni, e lo faccia in modo intuitivo, sicuro e coerente.