Negli ultimi mesi si è parlato a più riprese della gestione dei dati sensibili da parte delle app di messaggistica, ma quanto emerso di recente rischia di riaccendere il dibattito con toni decisamente più allarmanti. Secondo l’esperto di informatica forense Elom Daniel infatti, i messaggi inviati tramite WhatsApp potrebbero contenere dati di geolocalizzazione nascosti anche quando l’utente non ha mai condiviso volontariamente la propria posizione. Una scoperta che, se confermata, solleva interrogativi significativi non solo sulle impostazioni dell’app, ma soprattutto sul ruolo del sistema operativo e dei servizi di localizzazione.
Come spesso accade, la scoperta nasce da un caso reale: Daniel racconta di aver ricevuto un semplice messaggio WhatsApp da un amico il 3 settembre e di aver in seguito fatto analizzare il proprio smartphone durante una procedura forense; proprio in quel momento è emerso qualcosa di inaspettato.
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Non solo posizione tramite WhatsApp, recuperati account, password e dati di sistema
Durante l’analisi il dispositivo ha rivelato le coordinate esatte del mittente al momento dell’invio del messaggio, una circostanza che Daniel definisce sorprendente considerando che né lui né il suo amico avevano attivato la condivisione della posizione. “Il dispositivo ha registrato automaticamente la posizione“, spiega l’esperto, sottolineando come tali informazioni fossero presenti nei metadati del messaggio ricevuto tramite WhatsApp, non nel testo.
Secondo Daniel, il fenomeno si manifesta in presenza di un elemento chiave: i servizi di localizzazione attivi sul telefono. In questo scenario, terze parti in grado di effettuare un’analisi forense (ad esempio su ordine delle autorità o tramite software specializzati) potrebbero recuperare le coordinate del mittente direttamente dal telefono del destinatario; una dinamica che, ovviamente, apre a riflessioni tutt’altro che banali sull’impatto della geolocalizzazione a livello di sistema.
La vicenda però non si limita alla posizione, nell’ambito della stessa analisi forense sono stati recuperati account e password sincronizzati, cronologia di utilizzo delle app, registri interni del sistema operativo, metadati di foto, video, screenshot e note vocali, tutti contenenti informazioni GPS e temporali.








Un dettaglio particolarmente rilevante riguarda i gruppi WhatsApp, secondo Daniel il sistema conserva informazioni come la data di creazione, il creatore e la cronologia delle iscrizioni anche molto tempo dopo aver abbandonato le chat. Il tutto, precisa l’esperto, senza ricorrere a root, jailbreak o modifiche al software, confermando che tali dati risiedono nativamente sul dispositivo.
Chiamata in causa al riguardo, soprattutto nel clima di crescente tensione legato a recenti discussioni su presunte fughe di dati di posizione circolate su X, WhatsApp ha sottolineato che la crittografia end-to-end protegge il contenuto dei messaggi, inclusi eventuali dati di posizione scambiati tramite le funzioni dedicate.
Tuttavia, l’azienda specifica che la crittografia non impedisce l’estrazione di metadati e informazioni raccolte dal dispositivo stesso; in altre parole, WhatsApp protegge i messaggi, lo smartphone però può registrare e conservare dati a livello di sistema operativo, se qualcuno ottiene accesso fisico al dispositivo o al backup tali informazioni possono essere analizzate. Una distinzione fondamentale, che sposta l’attenzione dal protocollo E2E all’ecosistema più ampio del telefono.
Per gli utenti comuni la questione si traduce in un messaggio molto semplice (e forse poco rassicurante): anche se i contenuti delle chat WhatsApp rimangono protetti, ciò che il dispositivo registra resta potenzialmente accessibile durante un’analisi forense.
Alcuni di voi ricorderanno come in passato diversi ricercatori avessero già evidenziato la quantità di metadati conservati da Android e iOS, ma la possibilità che un semplice messaggio possa rivelare le coordinate GPS del mittente rappresenta un passaggio ulteriore, e certamente più inquietante.
Non è dunque chiaro al momento quanto il fenomeno sia diffuso, né se dipenda da bug, da specifiche versioni dei sistemi operativi o da comportamenti non documentati delle app. Quello che è certo è che la vicenda riaccende l’attenzione sulla gestione dei metadati e sulla necessità, per gli utenti, di controllare con cura le autorizzazioni legate alla posizione. Bisognerà attendere per eventuali chiarimenti ufficiali e per capire se WhatsApp, o magari Apple e Google decideranno di intervenire in modo più trasparente su come vengono trattati i dati a livello di dispositivo.
