Ci sono smartphone che ti conquistano al primo sguardo e altri che devono guadagnarsi la fiducia giorno dopo giorno, uso dopo uso. Il Redmi Note 17 Pro Max appartiene decisamente alla seconda categoria. È il classico “medio di gamma” che promette il mondo sulla carta, batteria monstre, ricarica fulminea, resistenza da bunker, display AMOLED di livello superiore, e poi ti chiede di scendere a qualche compromesso quando lo usi davvero, tutti i giorni, senza sconti. 

L’abbiamo messo alla prova per settimane, cercando di stressarlo esattamente dove Xiaomi vuole che brilli: autonomia estrema e resistenza fisica. Il risultato è un dispositivo che convince su questi due fronti in modo quasi imbarazzante per la concorrenza, ma che si inceppa proprio dove non te lo aspetti: nella fluidità quotidiana del software. E poi c’è il tema del prezzo, che merita un capitolo a parte perché rischia di ribaltare completamente il giudizio finale.

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Design e prima impressione: solidità che si sente in mano

Il Redmi Note 17 Pro Max non nasconde la sua missione fin dal primo contatto: è uno smartphone pensato per essere utilizzato con una certa tranquillità, senza la costante paura che una caduta o un contatto accidentale possano comprometterlo. Il modello che abbiamo provato era nella colorazione Green, una tonalità più sobria e discreta rispetto alle varianti più appariscenti, ma comunque piacevole e capace di valorizzare le linee del dispositivo.

Tra le colorazioni disponibili c’è anche la particolare Cloud Blush, caratterizzata da una finitura fotocromatica. In condizioni normali presenta un aspetto chiaro e delicato, mentre l’esposizione alla luce solare diretta attiva un cambiamento cromatico con sfumature rosa-arancio, simili a nuvole illuminate dal tramonto. L’effetto è reversibile e dipende dall’intensità dei raggi UV, dall’angolo di esposizione e dalla temperatura: in una giornata nuvolosa può risultare appena accennato, mentre sotto il sole diventa più evidente in pochi secondi. È un elemento puramente estetico, ma rappresenta una soluzione originale per distinguere il Redmi Note 17 Pro Max dalla maggior parte degli smartphone concorrenti.

Al tatto, il corpo macchina trasmette una sensazione di robustezza superiore alla media della categoria. Il peso e lo spessore sono più elevati rispetto a quelli di un flagship compatto, una conseguenza comprensibile considerando la batteria da 9210 mAh, ma la distribuzione dei pesi è ben calibrata. Nonostante il display da 6,83 pollici, il telefono non risulta eccessivamente sbilanciato quando lo si utilizza con una sola mano, anche se le dimensioni rendono più comoda una presa a due mani nelle operazioni più lunghe.

Le cornici sono sottili e uniformi, mentre il frame centrale restituisce una sensazione di solidità convincente. Il Redmi Note 17 Pro Max appare più curato e robusto rispetto a molti precedenti modelli Redmi, pur mantenendo un’impostazione pratica e senza eccessi. Il modulo fotografico posteriore sporge leggermente dalla scocca, come ormai accade sulla maggior parte degli smartphone moderni, ma non compromette in modo significativo la stabilità quando il dispositivo viene appoggiato su una superficie piana.

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Display: un pannello che fa il suo lavoro, con qualche piccola nota

Il pannello AMOLED da 6,83 pollici con risoluzione 1.5K e refresh rate fino a 120Hz, rappresenta uno dei punti in cui Redmi ha davvero cercato di portare l’esperienza “flagship” a un pubblico più ampio. La resa cromatica è vivace senza risultare artificiale, i neri sono profondi come ci si aspetta da una tecnologia AMOLED e la luminosità di picco permette una leggibilità sorprendentemente buona anche sotto il sole più intenso, abbiamo provato a leggere messaggi e navigare su Google Maps in pieno pomeriggio estivo senza mai dover fare ombra con la mano, un test che molti smartphone di fascia media falliscono clamorosamente.

Il fronte “eye-care” è un altro aspetto su cui il produttore ha investito parecchio, e nell’uso reale si percepisce. Attivando la modalità di comfort notturno il display scende fino a un livello di luminosità minima di appena 1 nit, un valore che fa davvero la differenza per chi, come chi scrive, ha l’abitudine di controllare il telefono nel cuore della notte senza voler svegliare mezza famiglia con un lampo di luce in faccia. È un dettaglio che sembra piccolo sulla carta ma che nell’uso reale, specialmente per chi ha bambini piccoli e capita di dover controllare orari o messaggi al buio senza accendere luci, fa davvero comodo.

Detto questo, il pannello non è esente da compromessi tipici della fascia di prezzo. La frequenza di aggiornamento, seppur adeguata per lo scrolling quotidiano dei social e la fruizione di contenuti video, non regala quella sensazione di scorrevolezza assoluta che si trova sui flagship veri e propri, complice anche, come vedremo più avanti, un processore che a volte non riesce a “tenere il passo” con le richieste dell’interfaccia. In alcuni contesti di utilizzo intenso, come l’apertura rapida di più app in sequenza, si percepiscono microscatti che stonano con la qualità del pannello stesso: è un po’ come avere un’ottima tela ma un pennello che a tratti si inceppa.

Autonomia: qui il Redmi Note 17 Pro Max cambia le regole del gioco

Se c’è un ambito in cui questo smartphone merita davvero l’etichetta di “fuoriclasse”, è l’autonomia. La batteria al silicio-carbonio da 9210 mAh, la Xiaomi la definisce “Titan Battery”, non è semplicemente più grande delle batterie standard da 5000-6000 mAh che troviamo sulla stragrande maggioranza dei medio di gamma: è concettualmente diversa. L’anodo G3 a sfere di silicio-carbonio, con un contenuto di silicio del 16%, raggiunge una densità energetica di 906 Wh/L, il che significa che Xiaomi è riuscita a stipare quasi il doppio dell’energia rispetto a una batteria tradizionale senza far lievitare eccessivamente lo spessore del telefono. È la stessa logica, in scala ridotta, che si vede sugli ultimi top di gamma cinesi che stanno spingendo forte sulle chimiche al silicio.

Nell’uso reale, quello che contava davvero per questa prova, abbiamo seguito un protocollo di utilizzo intenso e realistico: dieci ore al giorno di attività continuativa comprendenti social (WhatsApp, Instagram, X), chiamate VoLTE e videochiamate WhatsApp, riproduzione musicale sia con altoparlanti che con auricolari Bluetooth, sessioni di gioco con titoli come PUBG Mobile e Mobile Legends, streaming video da YouTube e TikTok, navigazione GPS con Google Maps, scatti fotografici, shopping online e normale navigazione web con Chrome e Gmail. Il risultato? Il telefono ha effettivamente retto per l’equivalente di tre giornate piene di utilizzo intenso senza toccare il caricatore, un traguardo che pochissimi smartphone, a prescindere dalla fascia di prezzo, riescono a raggiungere davvero, e non solo sulla carta stampata di un comunicato stampa.

Scomponendo i dati per singoli scenari, emergono numeri che spiegano bene perché questa batteria sia il vero USP (Unique Selling Point) del prodotto: la riproduzione video locale in 1080p arriva fino a 37 ore continuative, lo streaming YouTube tocca le 31 ore, la navigazione con Google Maps si spinge fino a 15 ore filate con GPS sempre attivo, il gaming con PUBG regge per 16 ore consecutive e le chiamate VoLTE in 5G possono durare fino a 72 ore ininterrotte. Persino l’ascolto musicale via Bluetooth arriva teoricamente a 178 ore, un numero quasi assurdo se paragonato a un uso “normale” dello smartphone. 

C’è poi la funzione “Ultra battery saver”, pensata per le vere emergenze: attivandola, il telefono promette fino a 14 giorni di autonomia utilizzando solo funzioni essenziali come bussola, 30 minuti di navigazione, 30 minuti di chiamate vocali e posizionamento GPS costante. Non è una modalità pensata per l’uso quotidiano, l’interfaccia si riduce all’essenziale e molte funzioni vengono disabilitate, ma è la classica “rete di sicurezza” che può salvare una giornata fuori casa quando la power bank è rimasta nello zaino sbagliato o si è in viaggio senza possibilità di ricarica, uno scenario non così raro per chi, come chi scrive, si sposta spesso tra riprese, sopralluoghi e trasferte.

100W di ricarica: la seconda metà dell’equazione

Avere una batteria enorme senza una ricarica altrettanto rapida sarebbe un controsenso, e Xiaomi lo sa bene: ecco perché il Redmi Note 17 Pro Max abbina ai 9210 mAh una ricarica HyperCharge da 100W, gestita dal chipset proprietario Surge P3 insieme al chip di gestione Surge G2. Nella pratica, attivando la modalità “Top speed” nelle impostazioni di ricarica, il telefono passa dal 2% al 40% in appena 20 minuti, un dato che assume un significato molto concreto se lo si traduce in vita reale: bastano i minuti di una doccia rapida o della colazione per garantire energia sufficiente a coprire un’intera giornata di utilizzo intenso. In 60 minuti la ricarica sale fino al 97%, mentre il pieno completo richiede circa 64 minuti, un tempo di ricarica totale che, considerata la capacità monstre della batteria, è semplicemente sorprendente e ben più rapido, in proporzione, di quanto avvenga sul fratello minore Redmi Note 17 Pro con i suoi 67W (che per una batteria più piccola richiede comunque 76 minuti per il pieno).

Xiaomi ha aggiunto anche la ricarica inversa cablata da 27W, una funzione che sulla carta sembra un accessorio marginale ma che nell’uso quotidiano si è rivelata sorprendentemente comoda in almeno due occasioni: quando gli auricolari Bluetooth restano a secco fuori casa (li abbiamo ricaricati completamente in circa due ore collegandoli al Redmi tramite cavo) e quando un iPhone di un familiare è rimasto scarico in un momento critico, in questo caso, in circa un’ora e quaranta minuti siamo riusciti a portarlo dal 50% al 100%. Non è una funzione che si usa tutti i giorni, ma quando serve, salva la serata.

Sul fronte della longevità della batteria nel tempo, Xiaomi dichiara fino a 1600 cicli di carica mantenendo l’80% della capacità originale, il che tradotto in anni di utilizzo, considerando una ricarica completa ogni 2,19 giorni circa, equivale a oltre sei anni prima di un calo significativo delle prestazioni. È un dato che, ovviamente, non abbiamo potuto verificare empiricamente nell’arco di una prova di alcune settimane, ma che si inserisce in una filosofia chiara: Xiaomi vuole convincere l’utente che questo telefono non subirà quel drammatico decadimento della batteria che tipicamente si manifesta dopo 12-18 mesi su molti device di fascia media, quello scenario in cui “la batteria non arriva più a sera” che il produttore cita esplicitamente come una delle frustrazioni principali degli utenti. Se le premesse tecniche, anodo al silicio-carbonio, gestione intelligente della ricarica, chip Surge G2 dedicato al monitoraggio della tensione per evitare spegnimenti improvvisi dovuti a cali di voltaggio, sono corrette, e non abbiamo motivo per dubitarne visto quanto già di buono si vede oggi, allora questo potrebbe davvero essere uno smartphone capace di accompagnare l’utente per un ciclo di vita più lungo della media.

Resistenza: il vero salto generazionale del Note 17 Pro Max

Se l’autonomia è la stella della batteria, la resistenza fisica è l’altra colonna portante attorno a cui è costruita l’intera filosofia “Titan” di questo smartphone. E qui, va detto senza mezzi termini, Xiaomi ha fatto un lavoro che va oltre il semplice marketing da scheda tecnica.

Partiamo dal fronte anti-caduta: il display è protetto da un Corning Gorilla Glass Victus 2, tra i vetri più resistenti attualmente disponibili sul mercato, ma la vera notizia è che l’intera architettura interna del telefono è stata rinforzata per raggiungere una resistenza alle cadute certificata fino a 3 metri di altezza, la più alta mai raggiunta da un device Xiaomi, secondo quanto dichiarato dall’azienda stessa. Non si tratta di un’affermazione buttata lì: la certificazione arriva da SGS, un ente di controllo indipendente riconosciuto a livello internazionale, che ha testato il device facendolo cadere su superfici di granito, più dure del marmo, da altezze comprese tra 1,2 e 3 metri, sia con lo schermo rivolto verso il basso sia con gli angoli a impattare per primi. 

Il punto su cui vogliamo essere chiari, perché lo riteniamo importante dal punto di vista giornalistico, è che la certificazione di caduta a 3 metri riguarda condizioni di laboratorio specifiche e non deve essere interpretata come una garanzia assoluta contro qualsiasi tipo di urto in ogni condizione reale. Lo stesso produttore lo sottolinea nelle note legali che accompagnano queste specifiche: il telefono, per quanto irrobustito, resta un dispositivo elettronico di precisione e il rischio di danni in caso di caduta non è mai completamente azzerato. Detto ciò, l’impressione soggettiva che se ne ricava usandolo tutti i giorni, anche solo maneggiandolo con più disinvoltura del solito, senza quella costante paranoia da “attenzione a non farlo cadere” che accompagna tanti flagship in vetro, è quella di un prodotto costruito con un margine di sicurezza reale, non solo teorico.

Sul fronte della resistenza all’acqua e alla polvere, il Redmi Note 17 Pro Max vanta certificazioni IP66, IP68, IP69 e IP69K, un ventaglio che copre scenari molto diversi tra loro: dalla pioggia battente (IP66) all’immersione temporanea (IP68) fino alla resistenza contro getti d’acqua a pressione e ad alta temperatura, tipici di lavaggi industriali (IP69K). Xiaomi ha inoltre ottenuto una certificazione TÜV SÜD che attesta la resistenza fino a 2 metri di profondità per 72 ore consecutive in acqua dolce statica, un dato reso possibile da un lavoro capillare sui punti di ingresso dell’acqua: 17 componenti impermeabilizzati distinti, dagli speaker superiori e inferiori al carrellino delle SIM, dal microfono principale a quello secondario, passando per tasti fisici, foro USB-C e persino una valvola di sfogo della pressione ad alta permeabilità pensata per bilanciare le variazioni di pressione senza far entrare liquidi.

Prestazioni e software: qui la favola si complica

Ed eccoci al capitolo più delicato di questa recensione, quello in cui l’entusiasmo per batteria e resistenza deve fare i conti con la realtà dell’utilizzo quotidiano. Il Redmi Note 17 Pro Max è equipaggiato con il nuovo Snapdragon 6 Gen 5, un chipset a 4nm affiancato da 8GB di RAM LPDDR5X e storage UFS 4.0. Sulla carta sembra una combinazione moderna e ben bilanciata, ma nell’uso pratico di tutti i giorni qualcosa non torna del tutto.

I benchmark confermano che lo Snapdragon 6 Gen 5 è un miglioramento rispetto al predecessore Snapdragon 6 Gen 4, con un punteggio AntuTu che supera il milione di punti e un guadagno del 32% lato GPU posizionandosi anche leggermente sopra al Dimensity 7400 di MediaTek in questo specifico benchmark. Tuttavia, resta un chip pensato per la fascia media-bassa del mercato, lontano anni luce dalle prestazioni di un flagship vero e proprio, e soprattutto lontano dalla concorrenza più aggressiva che MediaTek propone in questa fascia di prezzo con il Dimensity 8400 Ultra, montato ad esempio sul Poco X7 Pro (un cugino di famiglia, essendo Poco un marchio dello stesso gruppo Xiaomi) che in molti test di potenza bruta lo supera con margini piuttosto ampi.

Ed è proprio qui che emerge il problema più concreto riscontrato durante la nostra prova quotidiana: nell’uso normale, quello fatto di app che si aprono e si chiudono in sequenza, multitasking leggero tra WhatsApp, browser, social e fotocamera, il sistema mostra episodi di lag e microscatti che non ti aspetteresti da un telefono presentato come “flagship-level experience”. Non si tratta di rallentamenti catastrofici o di crash applicativi, ma di quella sensazione fastidiosa, chi scrive e valuta smartphone quotidianamente la riconosce immediatamente, di un’interfaccia che a tratti “pensa” prima di rispondere al tocco, specialmente quando si passa rapidamente da un’app all’altra o quando in background restano attive più applicazioni contemporaneamente. Onestamente, il sospetto è che gli 8GB di RAM, seppur affiancati da una gestione software che tenta di espandere virtualmente la memoria disponibile, non siano più sufficienti per garantire una fluidità assoluta con l’attuale carico di lavoro di HyperOS, l’interfaccia proprietaria basata su Android che Xiaomi utilizza ormai su tutta la gamma.

HyperOS in sé, va detto, ha fatto passi avanti significativi in termini di personalizzazione, integrazione con l’ecosistema Xiaomi e presenza di funzioni intelligenti come l’integrazione nativa di Google Gemini e il Circle to Search, la funzione che permette di cerchiare con il dito qualsiasi elemento sullo schermo per ottenere informazioni immediate tramite Google. Usata su un negozio online per verificare il prezzo di un prodotto visto in una storia Instagram, o su un’immagine di un piatto per scoprire la ricetta, questa funzione si è rivelata sorprendentemente comoda e ben integrata, un valore aggiunto reale nell’uso quotidiano che va oltre il semplice gimmick di presentazione. Il problema è che tutta questa ricchezza software, unita alla già citata carenza di RAM, mette sotto pressione un processore che semplicemente non ha la stazza per sostenerla senza cali di prestazioni percepibili. È un po’ come chiedere a un’utilitaria di trainare un rimorchio pensato per un SUV: ce la fa, ma si sente lo sforzo.

Sul fronte gaming, titoli come PUBG Mobile e Mobile Legends girano con un compromesso qualità/fluidità accettabile su impostazioni medie, ma spingendo verso l’alto i dettagli grafici si notano calo di frame rate e, in sessioni prolungate, un surriscaldamento percepibile nella zona centrale del dorso, fisiologico per qualsiasi smartphone sotto stress prolungato, ma che in questo caso arriva un po’ prima di quanto vorremmo considerando che non stiamo parlando di un chip particolarmente potente da spingere al massimo. Per un utilizzo di gaming occasionale e non competitivo, il telefono se la cava egregiamente; per chi cerca prestazioni costanti e senza compromessi nei titoli più pesanti, meglio guardare altrove nella stessa fascia di prezzo.

Fotocamera: onesta, senza sorprese eclatanti

Il comparto fotografico del Redmi Note 17 Pro Max si basa su un sensore principale da 50MP con stabilizzazione ottica OIS e apertura f/1.59, affiancato da un ultra-grandangolare da 8MP con apertura f/2.2 e, sul fronte, un selfie camera da 32MP f/2.2. Nell’uso diurno, con buona illuminazione, gli scatti risultano nitidi, con una gestione del dinamico range abbastanza equilibrata e colori che tendono a un realismo gradevole senza le solite sovrasaturazioni tipiche di certi smartphone cinesi di fascia media.

In condizioni di scarsa illuminazione la situazione si complica un po’, come spesso accade su questa fascia di prezzo: il rumore digitale diventa più evidente e i tempi di elaborazione degli scatti notturni si allungano sensibilmente, richiedendo mano ferma per risultati davvero puliti.

L’ultra-grandangolare, come quasi sempre accade sui medio di gamma, è il sensore più sacrificato: la resa è nettamente inferiore rispetto al principale, con una perdita evidente di dettaglio ai bordi dell’inquadratura e una gestione dei colori meno coerente. Va detto comunque che l’apertura f/1.59 del sensore principale, piuttosto luminosa per la categoria, aiuta a mantenere tempi di scatto più rapidi anche in condizioni di luce non ideali, un vantaggio tecnico che si traduce in scatti leggermente più nitidi rispetto a concorrenti con aperture più chiuse.

Il Redmi Note 17 Pro Max registra video fino alla qualità 4K a 30fps, con la fotocamera principale da 50 megapixel dotata di stabilizzazione ottica. I risultati sono convincenti di giorno, mentre in condizioni di scarsa luce aumentano rumore e perdita di dettaglio; l’ultra-grandangolare è utile, ma offre una resa più modesta.

Audio, connettività e dettagli minori

Il doppio altoparlante stereo con boost del volume al 400% (rispetto al 300% del modello Pro non Max) garantisce un’esperienza sonora potente per guardare contenuti in autonomia senza cuffie, per esempio durante un viaggio in treno o mentre si cucina in casa. La spazialità resta limitata, come inevitabile su un dispositivo di questa fascia, ma il volume massimo raggiungibile è realmente superiore alla media e permette di ascoltare musica o guardare video anche in ambienti rumorosi senza perdere troppa qualità.

Sul fronte connettività, il supporto 5G è presente e stabile nei test effettuati, mentre non abbiamo notato particolari problemi di ricezione del segnale nei contesti urbani e in zone con copertura più debole in ambito extraurbano.

Il nodo del prezzo

Ed eccoci al punto più delicato, quello che può cambiare sensibilmente il giudizio complessivo sullo smartphone. Il Redmi Note 17 Pro Max 5G parte da un prezzo di listino di 599,90 euro per la versione 8+256 GB, disponibile in bundle con Redmi Watch 6, il cui valore indicativo è di 119,99 euro. 

Per chi cerca più spazio di archiviazione, la versione 8+512 GB viene proposta a 499,90 euro grazie al coupon MAXPOWER, invece dei 649,90 euro di listino, ma esclusivamente su mi.com e Amazon. In alternativa, su alcuni canali di vendita, è possibile acquistare il modello senza bundle beneficiando di una valutazione extra di 100 euro sul dispositivo usato consegnato tramite il programma di trade-in.

E il confronto con la concorrenza diretta è abbastanza importante: il Poco X7 Pro, cugino di famiglia con lo stesso gruppo Xiaomi dietro offre un chipset Dimensity 8400 Ultra nettamente più potente, batteria al silicio-carbonio da 6000 mAh con ricarica a 90W e certificazione IP68, a prezzi che oggi oscillano tra 300 e 425 euro per configurazioni con 12GB di RAM, ben più abbondanti degli 8GB fissi del Redmi Note 17 Pro Max. Anche il Samsung Galaxy A56, altro concorrente diretto in questa fascia, si trova oggi a prezzi compresi tra 270 e 380 euro con display Super AMOLED, certificazione IP67 e il marchio di garanzia software pluriennale che Samsung offre su tutta la gamma A.

Il paradosso è servito: il Redmi Note 17 Pro Max vince nettamente sul fronte batteria e resistenza, ma perde terreno su potenza di calcolo puro e RAM proprio contro un fratello di famiglia che costa la metà. E se aggiungiamo che, come abbiamo verificato nell’uso quotidiano, il sistema mostra episodi di lag non trascurabili, complice probabilmente proprio quella scelta di fermarsi a 8GB di RAM anche sul modello “Max” più costoso della gamma, il quadro che emerge è quello di uno smartphone tecnicamente ambizioso su due fronti specifici (batteria e robustezza) ma penalizzato da un posizionamento di prezzo che, al netto delle promozioni bundle iniziali, semplicemente non tiene il passo con quanto offre il mercato per cifre più contenute. Chi ha fretta di acquistarlo consigliamo di aspettare gli inevitabili ribassi che arriveranno nelle settimane successive al lancio, come già osservato, oppure di valutare seriamente le alternative dello stesso gruppo Xiaomi con un rapporto qualità-prezzo più equilibrato.

Conclusioni: un gigante della batteria con i piedi (leggermente) di argilla

Il Redmi Note 17 Pro Max è uno smartphone che fa esattamente quello che promette su due fronti molto specifici, autonomia da tre giorni pieni e resistenza fisica da vero e proprio “tank” tascabile e lo fa con una credibilità tecnica superiore a quanto siamo abituati a vedere in questa categoria di prodotto. 

Ma non si può ignorare che l’esperienza software quotidiana non è all’altezza delle ambizioni “flagship” che Xiaomi rivendica per questo prodotto: gli episodi di lag, probabilmente legati alla combinazione tra 8GB di RAM e un chipset Snapdragon 6 Gen 5 comunque relegato alla fascia media, incrinano la sensazione di fluidità che ci si aspetterebbe da un telefono presentato con questo posizionamento. E il prezzo di lancio, semplicemente, non regge il confronto con una concorrenza, interna ed esterna al gruppo Xiaomi, che offre specifiche di calcolo superiori a cifre già oggi più basse del listino ufficiale del Note 17 Pro Max.

Il consiglio pratico è questo: se le priorità assolute sono autonomia praticamente illimitata e resistenza a prova di distrazione quotidiana, magari perché lo smartphone finisce spesso nelle mani di un bambino, o accompagna vacanze all’aperto, gite in montagna e giornate in piscina, il Redmi Note 17 Pro Max resta un’opzione più che valida, ma solo se acquistato ai prezzi scontati che il mercato sta già proponendo a poche settimane dal lancio, non al listino ufficiale. Se invece la priorità è la fluidità prestazionale pura e il miglior rapporto qualità-prezzo in assoluto, vale la pena guardare anche dentro la stessa famiglia Xiaomi, dove il Poco X7 Pro offre una proposta più equilibrata a un costo sensibilmente inferiore.

Pro:

    • Autonomia fino a tre giorni
    • Ricarica rapida a 100W
    • Struttura molto resistente
    • Display AMOLED luminoso
    • Memoria interna fino a 512 GB

Contro:

    • Prestazioni non sempre fluide
    • Solo 8 GB di RAM
    • Prezzo di listino elevato
    • Ultra-grandangolare modesta
    • Dimensioni e peso importanti

Voto finale:

7