Ogni anno l’appuntamento con il nuovo top di gamma di Google porta con sé grandi aspettative, complice una fama costruita in primis su fotocamere di riferimento e su un’esperienza software ritenuta la più pulita e coerente del panorama Android. Google Pixel 11 Pro XL raccoglie questa eredità e la porta avanti senza stravolgimenti, con un design che resta fedele a sé stesso e qualche piccola novità hardware e software distribuita qua e là. Dietro la facciata rassicurante, però, si nasconde una generazione che fatica più delle precedenti a tenere il passo dei rivali più agguerriti, tra scelte di peso e dimensioni difficili da digerire, un processore che continua a inseguire e funzionalità software avanzate che, ancora una volta, restano fuori dai confini europei. Nelle prossime righe proviamo a raccontarvi come si comporta nell’uso quotidiano, dove convince e dove invece lascia l’amaro in bocca, per capire se vale davvero la cifra richiesta.

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Video recensione di Google Pixel 11 Pro XL

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Contenuto della confezione e accessori

La confezione di Google Pixel 11 Pro XL segue ormai una linea consolidata e piuttosto essenziale: all’interno troviamo lo smartphone, un cavo USB-C, lo strumento per l’espulsione del carrellino SIM e la solita documentazione di rito. Come da tradizione ormai pluriennale, manca l’alimentatore da rete, per cui chi non possiede già un caricatore compatibile dovrà mettere in conto una spesa aggiuntiva per sfruttare a pieno la ricarica rapida.

Confermato su tutta la linea il Pixel Snap, cioè l’anello magnetico integrato nella scocca dei Pixel 11, che possono così sfruttare una serie di accessori tra stand di ricarica e supporti. Tutti compatibili comunque con il MagSafe di Apple e con lo standard di ricarica Qi2 a 25 Watt.

Design e Materiali

La generazione 2026 non stravolge il linguaggio estetico visto negli scorsi anni: chi ha già maneggiato un Pixel recente si troverà subito a proprio agio. La vera novità riguarda la colorazione Obsidian della nostra unità di prova, un nero totale con bordo opaco che debutta proprio quest’anno solo su questa tinta, e la camera bar posteriore, ora completamente rivestita di vetro anziché con una porzione metallica: un dettaglio che, a nostro avviso, migliora sensibilmente la percezione qualitativa del retro. La costruzione resta di livello premium, con certificazione di resistenza all’acqua e un touch and feel che rende giustizia al posizionamento elevato del device.

Il problema, quello vero, arriva quando lo si prende in mano per la prima volta: 226 grammi di peso, che diventano circa 260 se si applica la cover originale, sono un valore che porta questo smartphone a braccetto con tanti “bestioni” tra cui Vivo X300 Ultra, uno dei pochi camera phone che consideriamo già al limite dell’utilizzabile. La differenza, però, è che Vivo, come tanti altri, giustifica quel peso con un comparto fotografico di altissimo livello e una batteria generosa, mentre qui non troviamo né l’uno né l’altra. A peggiorare la sensazione ci pensa anche la larghezza di 76,5 mm, che rende la presa a una mano tutt’altro che comoda nelle sessioni prolungate. È anche per questo motivo che, sulla carta, la variante Pro non XL della gamma appare oggi la proposta più equilibrata della famiglia.

Sul fronte display troviamo un pannello Super Actua da 6,8 pollici, LTPO fino a 120 Hz, capace di toccare un picco di luminosità di 3.600 nit e dotato di un nuovo trattamento superficiale che lo rende più resistente ai graffi. La calibrazione resta ottima e la leggibilità all’aperto non delude mai, ma si trascina un difetto che ormai accompagna i Pixel da tre o quattro generazioni: una vignettatura dovuta a una uniformità della luminosità migliorabile, particolarmente visibile su sfondi chiari e uniformi. Buona la parte multimediale, con due speaker stereo capaci e un feedback aptico preciso, mentre sul fronte biometrico lo sblocco con impronta digitale sotto al display si conferma fulmineo e quello con riconoscimento del volto funziona bene, almeno in condizioni di buona illuminazione.

Hardware e caratteristiche tecniche

Il cuore pulsante di Google Pixel 11 Pro XL, così come dell’intera famiglia Pixel 11, è il nuovo Tensor G6, abbinato a 12 GB di RAM e 256 GB di memoria interna nel taglio base, oppure 16 GB di RAM con 512 GB o 1 TB di spazio negli allestimenti superiori. Ed è qui che iniziano le note dolenti: i benchmark restituiscono risultati deludenti, a partire dalle memorie, che pur dichiarando lo standard UFS 4.1 offrono prestazioni ben al di sotto della media, complice una scarsa ottimizzazione software e un controller che, come già lo scorso anno, non sembra all’altezza. Anche la RAM soffre il confronto con la concorrenza, essendo di tipo LPDDR5 e non LPDDR5X come su gran parte degli altri flagship in commercio.

Il quadro non migliora granché spostandosi su CPU e GPU, entrambe nettamente indietro rispetto a un qualunque top di gamma equipaggiato con Snapdragon 8 Elite Gen 5. Il comparto grafico, in particolare, compie addirittura un passo indietro rispetto al Pixel 10 Pro dello scorso anno, con una GPU PowerVR di serie C al posto della serie D, leggermente superiore. A questo si aggiungono altri piccoli downgrade, come la cache di sistema che passa da 8 a 4 MB e la DSP che perde un core: scelte che raccontano chiaramente una strategia orientata a ridurre le dimensioni fisiche del chip e, di conseguenza, i costi di produzione.

C’è comunque un lato positivo in tutto questo, ed è rappresentato dalle temperature, tendenzialmente più contenute rispetto al passato: lo smartphone si mantiene fresco a meno di non sottoporlo a stress prolungato. Merito anche del nuovo modem MediaTek M90, che garantisce una migliore efficienza energetica sotto rete dati, con consumi effettivamente più bassi rispetto alla generazione precedente. Non tutto fila liscio, però: in fase di prova abbiamo riscontrato qualche difficoltà di ricezione sulle bande 4G e 5G ad alta frequenza, un comportamento che potrebbe dipendere da un bug momentaneo più che da un limite strutturale, ma che vale la pena segnalare a chi vive in zone dove queste frequenze sono diffuse.

Nell’uso quotidiano il risultato è uno smartphone rapido a sufficienza per le operazioni di tutti i giorni, ma che non è pensato per i carichi di lavoro più pesanti né per il gaming spinto, e che non regala mai quella sensazione di prestazioni ineccepibili tipica dei dispositivi con i migliori chip sul mercato. Il motivo di questo continuo inseguimento va cercato nella strategia stessa di Google: dopo aver intrapreso la strada dei Tensor personalizzati, negli ultimi anni l’azienda ha progressivamente ridotto i costi di produzione, passando dalla fonderia Samsung a TSMC e adottando quest’anno un processo produttivo a 3 nanometri leggermente più evoluto nel livello performance, ma senza rinunciare a limare qua e là componenti e dimensioni. Viene da chiedersi se non converrebbe affidarsi direttamente a Qualcomm come fanno praticamente tutti gli altri produttori: i margini sarebbero probabilmente più risicati, ma stiamo parlando di un colosso come Google che non ha certo bisogno di grattare il fondo del barile dei margini per potersi sostenere.

HiLight

Tra le novità hardware più curiose figura HiLight, una matrice di LED a colori posizionata sul retro che svolge anche la funzione di flash, mentre sparisce il sensore di temperatura visto sulla generazione precedente. Si illumina alla ricezione di chiamate dai contatti preferiti, con cinque colori personalizzabili, oppure durante l’interazione con Gemini: un’idea carina, che però nell’uso reale abbiamo sfruttato pochissimo, e che guadagnerebbe parecchio se in futuro arrivasse un supporto più ampio da parte delle app terze per notifiche e messaggistica. Il rovescio della medaglia è che la funzione flash ne esce ridimensionata, con una potenza inferiore e una tonalità tendente al giallo che, onestamente, ha davvero poco senso su un dispositivo fotografico. Per il resto la dotazione di sensori è quella che ci si aspetta da un flagship, con connettività completa e localizzazione satellitare senza sorprese, né positive né negative.

Software

Sul fronte software Google Pixel 11 Pro XL arriva con Android 17 a bordo, e non porta con sé rivoluzioni particolari rispetto a quanto visto in precedenza. Complessivamente resta un’esperienza d’uso snella e piacevole, un pregio che oggi pesa ancora di più se confrontato con altri brand che stanno complicando inutilmente le proprie interfacce o si stanno abbandonando a un liquid design un po’ scimmiottato. Come da tradizione, l’interfaccia è pulita, priva di app superflue o bloatware di terze parti, con la sola suite di applicazioni Google a farla da padrona.

La novità più corposa si chiama Proactive Assistance, un assistente agenziale che mette insieme le capacità di Gemini Intelligence ed espande quanto visto lo scorso anno con Magic Cue, proponendosi sotto forma di card e suggerimenti contestuali all’interno di chat, chiamate, ricerca e schermata home. Un’idea potenzialmente interessante, se non fosse che, ancora una volta, queste funzionalità non sono disponibili in Italia, né sappiamo con certezza quando arriveranno, se mai arriveranno. Non vogliamo entrare nel merito delle responsabilità, se di Google o delle normative europee sulla privacy, che peraltro condividiamo nei principi, ma resta un fatto: su uno smartphone dove il software dovrebbe rappresentare la vera reason why per sceglierlo rispetto ai concorrenti, l’assenza di queste funzioni pesa e non poco.

Qualche premio di consolazione comunque c’è, come una funzionalità di dettatura vocale capace di riconoscere il linguaggio naturale e restituire un testo già ben strutturato, che abbiamo trovato sorprendentemente efficace nell’uso di tutti i giorni. Non mancano poi Cerchia e Cerca direttamente dalla fotocamera e Gemini Omni, che consente di generare foto e video semplicemente descrivendoli a parole: funzionalità, queste ultime, condivise con l’intera gamma Pixel e con buona parte degli smartphone Android più recenti. Chi acquista il nuovo Pixel riceve inoltre sei mesi gratuiti di Gemini Pro, al termine dei quali l’abbonamento costa 21 euro al mese.

Le nuove funzioni fotografiche

Alcune novità software restano invece esclusive di questa generazione e riguardano più da vicino il comparto fotografico. La modalità notturna è più rapida rispetto al passato, e debuttano gli stili colore: quattro filtri di base, denominati naturale, ombre, vaniglia e originale, applicati direttamente a monte della produzione dell’immagine, che richiedono un po’ di pazienza per essere calibrati sui propri gusti ma che rappresentano un terreno di sperimentazione interessante. Si aggiungono altri sei stili più caratterizzanti e d’impatto, pensati per il singolo scatto e che si azzerano ogni volta che si chiude e riapre l’applicazione fotocamera. Per chi produce contenuti arrivano poi strumenti dedicati come la possibilità di salvare i filmati in un progetto per organizzare meglio le clip, una modalità teleprompter purtroppo non ancora disponibile in italiano, e una griglia per la safe area pensata per i formati verticali destinati ai social. Completa il quadro Magic Capture, funzione che registra una breve clip da cui estrae in automatico una serie di foto da 12 megapixel selezionando il momento più significativo: funziona, è perfettibile, ed è una aggiunta carina anche se probabilmente non l’avremmo posizionata in primo piano nella comunicazione. Da segnalare infine la possibilità di personalizzare in modo completo i controlli di accesso rapido, una funzione semplice ma decisamente ben realizzata, comoda in particolare per chi ama sperimentare con gli stili colore appena descritti.

Fotocamera

Dal punto di vista hardware il comparto fotografico principale monta un nuovo sensore, ma di dimensioni invariate rispetto alla generazione precedente, mentre il vero cambiamento riguarda il teleobiettivo, ora dotato di un sensore più grande da 1/1,95 pollici e apertura f/2.8. Abbiamo messo a confronto a lungo gli scatti con quelli di Pixel 10 Pro, e la sensazione è che le immagini prodotte dalla fotocamera principale siano praticamente identiche a quelle dello scorso anno. Qualche differenza si nota sul tele, leggermente più definito e più coerente a livello cromatico con le altre ottiche, ma nulla che possa dirsi realmente impattante.

Di giorno le prestazioni restano piuttosto convincenti, con una grana riconoscibile e piacevole, un incarnato ben reso nei toni tenui e un verde interpretato quasi sempre in modo naturale. Di notte la musica cambia: gli scatti sono nella media ma abbondantemente inferiori rispetto ai migliori camera phone sul mercato, con immagini spesso un po’ impastate e prive di dettaglio fine, oltre a qualche occasionale problema di bilanciamento del bianco che ci sembra più un bug che un limite strutturale, e che comunque può essere in parte compensato ricorrendo ai nuovi stili colore per ottenere un risultato più vicino ai propri gusti.

Sul fronte video si arriva alla registrazione in 4K a 60 fps anche in HDR, con una qualità sempre piuttosto buona in condizioni di luce diurna e più incerta con il buio o in situazioni di scarsa illuminazione: un classico limite che accompagna i Pixel da diverse generazioni e che, pur essendo leggermente migliorato nel tempo, resta un punto su cui altri produttori hanno saputo fare meglio. Chi cerca un comparto fotografico capace di stupire a ogni condizione di luce dovrà quindi ridimensionare le aspettative, mentre chi utilizza principalmente lo smartphone in condizioni diurne troverà comunque una resa piacevole e affidabile.

Batteria e autonomia

La batteria da 5.100 mAh non è un valore particolarmente generoso se rapportato al peso e alle dimensioni complessive dello smartphone. Per fare un paragone, Oppo Find X9 Pro dello scorso anno montava una cella da 7500 mAh ma in generale tutti i top di gamma cinesi di dimensioni paragonabili posso sfoggiare moduli batteria ben più capienti. Il motivo va ricercato nella scelta di Google di continuare ad affidarsi a chimiche di batteria di generazione più datata, una strada percorsa peraltro anche da Samsung e Apple, sebbene i coreani abbiano già iniziato a muovere i primi passi verso il silicio-carbonio.

Sul fronte ricarica troviamo 45 W via cavo e 25 W in wireless, con pieno supporto a Pixel Snap. In termini di autonomia reale si arriva a circa cinque ore abbondanti di schermo acceso, un valore leggermente superiore rispetto alla generazione precedente. Nell’uso quotidiano complessivo la differenza non stravolge l’esperienza, ma nelle giornate più intense trascorse all’aperto e sotto rete dati abbiamo notato un’autonomia superiore del 10-15% circa rispetto allo scorso anno, sufficiente per arrivare a sera senza troppi patemi anche nelle giornate più stressanti. Il bilancio è quindi positivo ma non entusiasmante: la ricarica rapida fa il suo dovere e l’autonomia è nel complesso soddisfacente, pur restando lontana da quanto offerto da alcuni concorrenti diretti, e ci sarebbe stato ampiamente margine per fare meglio.

Conclusioni

Google Pixel 11 Pro XL parte da un prezzo di 1.399 euro per la versione da 256 GB, per poi salire con i tagli da 512 GB e 1 TB: 100 euro in più rispetto allo scorso anno, e a nostro avviso almeno 200 euro oltre quella che sarebbe una cifra congrua considerando quanto offerto oggi dal mercato. Dietro questo prezzo si nasconde un tema più ampio, che vale la pena affrontare con chiarezza.

Con rammarico di tutti gli appassionati, noi compresi, non possiamo che constatare un abbandono progressivo della cura e dell’entusiasmo con cui Google aveva inaugurato il progetto Pixel. Dapprima c’erano prezzi interessanti che facevano chiudere un occhio sui comprensibilissimi problemi di gioventù, poi è venuta meno la convenienza ma sono restate le criticità e quando dovrebbe essere ormai sopraggiunta la maturità, ci troviamo con una generazione 11 dal conto salatissimo e una lunga somma di tante inferiorità, sparse tra memorie, RAM, GPU, batteria e funzionalità software mancanti, che sommate insieme, in un mercato competitivo come quello attuale, si pagano care.

Per questo motivo, a 1.399 euro non ce la sentiamo di consigliarlo con convinzione, nonostante rimanga un prodotto di buon livello.

Non resta che appigliarsi alle ottime offerte di trade in (valide fino al 13 settembre), che vi portano a limare facilmente almeno 400 Euro. Rendendo sicuramente tutti i Pixel 11 più appetibili.

Discorso in parte diverso per Pixel 11 Pro nella variante non XL, che parte da un prezzo leggermente inferiore e si confronta con un numero di concorrenti diretti decisamente più ridotto nel segmento dei flagship compatti. Lo affronteremo però nella recensione dedicata.

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Altre offerte

Pro:

    • Design curato, camera bar in vetro esteticamente riuscita;
    • Display Super Actua luminoso, ben calibrato e con nuovo trattamento anti-graffio;
    • Software pulito, snello e senza bloatware;
    • Temperature più basse e buona efficienza sotto rete dati grazie al nuovo modem;
    • Fotocamere affidabili in condizioni di buona luce;

Contro:

    • Peso ed ergonomia complicati, non giustificati da batteria o fotocamere;
    • Memorie e RAM sotto lo standard atteso, CPU e GPU lontane dai migliori concorrenti;
    • Batteria da 5.100 mAh non al passo coi tempi;
    • Funzionalità software avanzate di Gemini assenti in Italia ed Europa;
    • Prezzo di partenza elevato rispetto a quanto effettivamente offerto.

Voto finale:

7,5