Un smartwatch al polso sembra un allenatore personale sempre presente, pronto a dirci quante calorie abbiamo bruciato. Peccato che quel numero, secondo una nuova ricerca, sia molto meno affidabile di quanto immaginiamo: l’errore cresce man mano che aumenta la percentuale di grasso corporeo.

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Come è stato condotto lo studio

I ricercatori della Florida International University hanno messo alla prova quattro fitness tracker molto diffusi: Apple Watch Series 8, Fitbit Sense 2, Samsung Galaxy Watch 5 e Garmin Forerunner 955. Il confronto è avvenuto con apparecchiature da laboratorio di livello clinico, in grado di misurare il dispendio energetico reale.

Al test hanno partecipato 58 adulti ispanici di Miami, selezionati per coprire un’ampia gamma di livelli di grasso corporeo e di tonalità della pelle. Ognuno ha pedalato su una cyclette alternando fasi di esercizio moderato e intenso, indossando tutti e quattro i dispositivi nello stesso momento. Nelle condizioni testate, la tonalità della pelle non ha prodotto effetti significativi sulle misurazioni. Il lavoro è stato pubblicato su PLOS One il 29 luglio 2026.

L’errore cresce insieme alla percentuale di grasso

Tre dispositivi su quattro hanno sovrastimato le calorie bruciate, con un errore tipico compreso tra il 15 e il 25 per cento. Fitbit è risultato meno costantemente impreciso in media, anche se ha prodotto alcune letture che i ricercatori hanno classificato come errori; Apple si è rivelato il più accurato, mentre Garmin e Samsung sono stati i più generosi nelle stime.

Il fattore che pesa di più, comunque, non è il marchio ma il grasso corporeo: su tutti e quattro i dispositivi l’errore aumentava al crescere della percentuale, e per alcuni partecipanti con valori più alti lo scostamento ha superato il 50-100 per cento.

Nella pratica, l’esempio concreto portato dai ricercatori aiuta a capire la portata del problema: con una percentuale di grasso corporeo pari o superiore al 35 per cento e quattro ore di attività fisica a settimana, l’orologio può sbagliare di 1.200-2.400 calorie nell’arco della settimana. È quasi l’equivalente di un’intera giornata di cibo, scambiata per calorie bruciate in allenamenti che non sono mai avvenuti. Per chi usa il tracker per gestire il peso, la differenza non è banale.

Resta da capire perché l’errore cresca con il grasso corporeo. Jason Kostrna, autore principale dello studio, ha spiegato che le aziende non rendono pubblici i criteri con cui costruiscono i propri algoritmi calorici, e questo rende difficile risalire alla causa.

Cosa continuano a fare bene questi dispositivi

La notizia non è tutta negativa. Lo stesso gruppo di ricerca ha riscontrato in uno studio complementare che questi dispositivi misurano la frequenza cardiaca con buona accuratezza e rimangono utili per tenere traccia di durata dell’allenamento, distanza e passo. Il consiglio è semplice: trattate il numero delle calorie come un tetto approssimativo, non come un conteggio esatto, e arrotondate per difetto se lo usate per controllare il peso.

Meglio ancora, potete appoggiarvi alle metriche che i wearable gestiscono con più affidabilità, come la frequenza cardiaca e il tempo trascorso nelle diverse zone cardiache. Osservare i propri andamenti nel tempo è spesso più utile che fissarsi sul totale calorico di una singola giornata.

Attenzione anche all’effetto opposto: i ricercatori mettono in guardia dal compensare tagliando l’apporto calorico in modo troppo aggressivo, perché il corpo ha comunque bisogno di carburante per recuperare e per sostenere gli allenamenti con continuità. Intanto Kostrna sta già lavorando alla fase successiva della ricerca, che esamina quanto bene questi orologi stimino le calorie durante un allenamento tradizionale con i pesi, dove gli sforzi brevi e intensi risultano particolarmente difficili da interpretare per gli algoritmi.