Il mercato delle telecomunicazioni continua a vivere un momento di interessante riorganizzazione delle proprie infrastrutture radio. Le reti di seconda e terza generazione, che per anni hanno sostenuto voce e primi servizi dati, stanno progressivamente lasciando spazio a tecnologie più moderne e a fotografare questo fenomeno su scala mondiale è un’analisi della Global Mobile Suppliers Association, che censisce oltre trecento iniziative di spegnimento distribuite in quasi novanta Paesi.

Il dato più significativo è probabilmente quello che riguarda il ruolo di traino esercitato dal continente europeo, che da solo concentra quasi la metà di tutte le operazioni di dismissione registrate a livello globale.

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Una transizione trainata dall’Europa, ma frenata dall’Internet of Things

C’è però un primo paradosso di cui è bene occuparsi: l’Europa, spesso indicata come in ritardo rispetto ad altre aree del pianeta quando si parla di diffusione di nuove generazioni mobili, si rivela invece la regione più veloce nel liberarsi delle tecnologie obsolete. Un primato che tuttavia non lascia intendere che il percorso sia semplice o lineare.

Piuttosto, è lecito sottolineare come il vero ostacolo sia legato all’enorme quantità di apparati ancora collegati alle vecchie reti, come sensori, sistemi di telemetria, dispositivi industriali e oggetti connessi che compongono il variegato universo del machine-to-machine. Apparati che hanno cicli di sostituzione molto più lunghi rispetto a uno smartphone e non sempre sono pronti a passare a standard più recenti, costringendo operatori e governi a procedere con cautela.

Le ragioni che spingono le compagnie telefoniche a chiudere le reti legacy sono molteplici e si intrecciano tra loro. Il presidente della Gsa, Joe Barrett, ha ad esempio osservato che le tecnologie di seconda e terza generazione hanno costituito una svolta epocale al momento del loro debutto, ma che oggi il loro utilizzo è in costante diminuzione a fronte dell’affermarsi di soluzioni più performanti. Per questo motivo un numero crescente di operatori, insieme a governi e enti regolatori, sta fissando scadenze sempre più precise per l’abbandono definitivo di queste piattaforme, con un’accelerazione attesa a partire dal 2026.

Dietro questa strategia si nascondono vantaggi molto ampi. Spegnere una rete datata consente di recuperare porzioni preziose dello spettro radio, da destinare, potenziandole, a Lte e 5G. È una manovra che permette di aumentare la capacità complessiva del sistema proprio nel momento in cui il traffico dati continua a crescere. E a questo si aggiunge un beneficio economico ed energetico: mantenere attive infrastrutture datate, ormai attraversate da un volume di traffico marginale, comporta costi di gestione sproporzionati rispetto ai benefici. Le reti di ultima generazione, infine, garantiscono standard di sicurezza informatica nettamente superiori, un elemento sempre più rilevante in un contesto di minacce digitali crescenti.

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I numeri della dismissione tra 2G e 3G

Dando poi uno sguardo ai dati raccolti dalla Gsa, emerge una fotografia ancora più articolata. Circa 139 operatori attivi in 70 mercati diversi hanno infatti già completato oppure messo in calendario lo spegnimento delle reti di seconda generazione, e di questi 56 hanno già portato a termine il processo. Sul fronte del 3G la situazione appare più avanzata: 174 operatori distribuiti in 67 mercati hanno avviato la dismissione, con 102 casi già conclusi. Ventisette compagnie, inoltre, hanno già abbandonato contemporaneamente entrambe le tecnologie.

Colpisce come oltre la metà delle società coinvolte, circa il 58%, stia scegliendo di migrare direttamente sia verso il 4G sia verso il 5G, dando così luogo a una pianificazione che vuole puntare a saltare passaggi intermedi. Resta comunque evidente una differenza di velocità tra le due tecnologie: il 3G risulta più avanti nel percorso di superamento, mentre il 2G dimostra una resistenza maggiore, legata proprio alla sua diffusione capillare nei sistemi di comunicazione tra macchine.

Il caso britannico e le difficoltà francesi

Tra gli esempi più emblematici di transizione compiuta figura il Regno Unito, dove l’intero parco di operatori mobili nazionali ha già portato a termine lo spegnimento della rete di terza generazione. Non tutti i Paesi europei, però, stanno procedendo con la stessa rapidità. La Francia è un caso istruttivo delle complicazioni che possono emergere lungo il percorso: l’operatore Orange ha dovuto posticipare i propri piani di dismissione dopo che diversi settori industriali avevano espresso preoccupazione per l’impatto sui sistemi che si appoggiano ancora alle reti legacy, ascensori compresi. Le nuove tempistiche fissate dall’azienda parlano ora di uno spegnimento del 2G nel 2028 e del 3G addirittura nel 2030.

Il percorso francese di smantellamento della rete di seconda generazione è comunque partito nel mese di aprile e secondo quanto riportato dall’autorità di regolamentazione locale, alla fine del 2025 risultavano ancora attive oltre 2,4 milioni di schede sim collegate a dispositivi 2G, un dato che pesa per circa l’1,8% sul totale delle utenze dedicate a voce, messaggistica e dati, arrivando quasi al 4% se si considerano soltanto i dispositivi machine-to-machine.

Cosa succede in Italia?

Anche il nostro Paese si muove all’interno di questo scenario continentale, seppur con caratteristiche proprie. La rete di terza generazione risulta ormai quasi del tutto smantellata, un processo che si è sostanzialmente concluso tra il 2021 e il 2025. Diverso il discorso per il 2G, che continua a restare operativo soprattutto per garantire copertura in zone montane e rurali dove le reti di nuova generazione non sono ancora arrivate, oltre che per assicurare l’affidabilità delle chiamate vocali e di alcuni servizi legati alle emergenze.

Sul piano dei consumi, il traffico che passa ancora attraverso reti 2G e 3G in Italia si attesta intorno al 5,2% del tempo totale di connessione, un dato sostanzialmente allineato alla media rilevata nel resto d’Europa.

Un rallentamento temporaneo, ma il 5G standalone spinge in avanti

I dati più recenti segnalano una leggera decelerazione nel ritmo globale delle dismissioni nel corso del 2026. Attualmente risultano infatti circa 37 reti in fase di spegnimento, mentre altre 25 operazioni sono programmate per la seconda metà dell’anno. Si tratta però di un rallentamento che appare più congiunturale che strutturale: la traiettoria di fondo resta orientata verso un’accelerazione futura, sostenuta in particolare dalla diffusione crescente del 5G standalone, l’architettura di rete che abbandona completamente il supporto delle infrastrutture precedenti.

Più le reti di nuova generazione si consolidano, più diventa conveniente per gli operatori concentrare su di esse investimenti, spettro e risorse operative.

Lo sguardo si sposta sull’Asia-Pacifico e sulla Cina

Dando poi uno sguardo alla macro area Asia-Pacifico, nella regione la penetrazione delle vecchie tecnologie era già contenuta nel 2025, fermandosi intorno al 6% per il 2G e al 2% per il 3G, con proiezioni che indicano un ulteriore calo rispettivamente al 3% e allo 0,3% entro il 2030. Parallelamente, la diffusione di 4G e 5G aveva già raggiunto quote elevate, attorno al 56% e al 63%.

Diversi operatori della zona si stanno distinguendo per rapidità di esecuzione. In India, Bharti Airtel e Vodafone Idea, dopo aver chiuso le proprie reti 3G, stanno reindirizzando spettro e capitali verso il potenziamento di 4G e 5G. In Australia, i tre principali operatori nazionali hanno completato lo spegnimento del 3G già a metà 2024 per accelerare l’espansione della copertura di quinta generazione. A Singapore gli operatori locali hanno seguito lo stesso percorso, mentre in Giappone il principale gestore nazionale prevede di chiudere definitivamente i servizi di terza generazione entro la fine dell’anno in corso.

Passando infine alla Cina, il Paese è in una posizione di netto vantaggio rispetto al resto del mondo. Secondo un rapporto pubblicato dalla Gsma in vista dell’appuntamento fieristico di Shanghai, la quinta generazione dovrebbe rappresentare oltre il 60% delle connessioni mobili nel Paese entro fine anno, con una proiezione che sale a quasi il 90% nel 2030. Pechino controlla già oggi oltre quattro connessioni 5G su dieci a livello mondiale, avendo superato la soglia del miliardo di utenze già nel 2024. Le versioni più evolute della tecnologia, note come 5G-Advanced, sono ormai disponibili in oltre trecento città della Cina continentale e contano già più di dieci milioni di utenti attivi.