Nella giornata di giovedì 13 agosto, a quasi un mese dall’apertura ufficiale del Play Store agli store di terze parti negli Stati Uniti, avvenuta il 22 luglio, Google ed Epic Games sono tornate davanti al giudice James Donato; questa volta non per discutere se aprire l’ecosistema, ma per stabilire se Google lo avesse aperto davvero, o solo sulla carta.
Solo pochi giorni fa avevamo raccontato del debutto di Aptoide Games, il primo store scaricabile direttamente dal Play Store americano dopo la svolta legale, il che sembrava confermare l’ingresso pieno della concorrenza nell’ecosistema Android. Donato, dopo aver esaminato come Google avesse gestito la faccenda nelle ultime settimane, ha ordinato all’azienda di rendere molto più semplice l’installazione degli store alternativi, con modifiche da attuare entro una settimana.
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L’attrito volontario denunciato da Epic
Epic si era lamentata nelle scorse settimane sostenendo che Google stesse continuando, di proposito, a rendere inutilmente complicata l’installazione di store alternativi; in aula ha mostrato al giudice cosa intendesse per “attrito volontario“, pensato apposta per disincentivare una pratica che la sentenza aveva già di fatto sdoganato.
Come vedete nelle immagini, digitando ad esempio “store for apps” su Google Play non compariva alcuno store di terze parti, ma solo negozi fisici (tra cui, paradossalmente, persino Walmart), e quando gli avvocati di Epic lo hanno mostrato in aula lo stesso Donato si è detto sorpreso, chiedendo spiegazioni e definendo la situazione “inaccettabile“. Il giudice ha chiesto a Google di correggere l’algoritmo di ricerca per intercettare “ogni possibile variazione anche solo al 70% corretta” della query, e Google ha accettato senza opporsi.

Restava poi il pulsante di installazione: fino a oggi, per installare uno store di terze parti, l’utente doveva prima premere “visualizza” e solo dopo “installa”, un passaggio in più rispetto a quanto avviene per altre app come Apple Music, che invece si installa direttamente senza intoppi; quel doppio passaggio era stato aggiunto solo per gli store alternativi, scelta piuttosto sospetta secondo Epic, e anche qui Donato ha ordinato a Google di eliminare il pulsante intermedio, sostituendolo con un’installazione diretta identica a quella di qualsiasi altra applicazione.
Il caso più paradossale, però, riguardava proprio la ricerca; infatti cercando “app store” oppure il nome di un rivenditore specifico come Aptoide, quest’ultimo il primo store di terze parti sbarcato realmente su Google Play, non venivano mostrati i risultati della ricerca.
Donato ha bocciato anche questa soluzione, chiedendosi perché lo stesso meccanismo non si applicasse, per esempio, a chi cerca “music store”. Gli avvocati di Google hanno replicato che gli store di applicazioni sono una novità che ha bisogno di una spiegazione in più, ma il giudice non ne ha voluto sapere:
“Sappiamo tutti che quando si cerca il nome di un’app su uno store, Google o Apple che sia, si ottiene la cosa che si cercava e altre dieci che non si volevano“, ha detto Donato, spiegando come gli utenti siano ormai consapevoli che la ricerca non restituisca sempre esattamente ciò che si sta cercando.
“Togliete quella schermata, non ha alcuno scopo“, ha concluso, chiedendo a Google di implementare tutte le modifiche entro una settimana.
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Un attrito anticoncorrenziale che non è una novità
Durante l’udienza, il team legale di Epic ha dimostrato come gli utenti fossero sottoposti a prompt superflui e a diverse schermate di avviso e conferma, inclusa proprio quella richiesta di premere “visualizza” prima ancora che compaia l’opzione “installa”; la corte ha bollato tutto questo come un vero e proprio attrito anticoncorrenziale deliberato, pensato per spaventare i consumatori meno esperti.
Non è la prima volta che si parla di queste “schermate di paura”: già nell’accordo del novembre scorso tra Google ed Epic, poi ampliato con la sentenza attuale, era stata prevista l’introduzione di store alternativi registrati con “una sola schermata di conferma e un linguaggio neutro, senza avvisi fuorvianti“, proprio per evitare situazioni come quella contestata ora in aula.
Pur avendo tecnicamente permesso il sideloading e gli store di terze parti da oltre un decennio, Google ha da sempre circondato quel processo di avvisi di sicurezza allarmanti, opzioni di autorizzazione nascoste in menu poco accessibili e finestre di dialogo a più passaggi, che rendono l’esperienza percepita come rischiosa e, appunto, “spaventosa” da chi non ha particolare dimestichezza.
Questo provvedimento si inserisce direttamente nel solco dei rimedi derivati dalla storica vittoria antitrust di Epic Games, quando una giuria aveva stabilito che Google detenesse un monopolio illegale sulla distribuzione delle app Android e sui servizi di fatturazione in-app; mentre Google continua a sostenere che questi punti di attrito siano fondamentali per la sicurezza degli utenti e dei dispositivi, il giudice ha chiarito senza troppi giri di parole che la sicurezza non può fungere da scudo per preservare il proprio dominio di mercato.

