Google torna a scontrarsi con l’Unione Europea sul Digital Markets Act, sostenendo che le ultime proposte legate alla normativa potrebbero esporre milioni di utenti a rischi concreti per la privacy e la sicurezza informatica.

Secondo il colosso di Mountain View, infatti, le misure pensate per aprire il mercato della ricerca online e del sistema operativo Android ai concorrenti finirebbero per creare varchi sfruttabili da malintenzionati, vanificando in parte l’obiettivo stesso della normativa: rendere il mercato digitale più equo e competitivo.

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Cosa accadrà entro il 27 luglio

La disputa arriva in un momento non certo casuale. La Commissione Europea si appresta infatti a pronunciarsi entro il 27 luglio su due procedimenti distinti che riguardano rispettivamente Google Search e l’interoperabilità di Android.

Il Digital Markets Act, entrato in vigore per limitare lo strapotere delle grandi piattaforme tecnologiche, impone infatti alle aziende considerate gatekeeper di aprire porzioni dei propri sistemi digitali ai concorrenti. Oltre a Google, la normativa coinvolge altri giganti del settore come Apple, Amazon, Meta, Microsoft e ByteDance. Per quanto riguarda Google, gli obblighi previsti includono la condivisione di una quantità maggiore di dati di ricerca con i motori rivali e la concessione di un accesso più ampio ad Android per i servizi di intelligenza artificiale di terze parti.

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Il timore per la sicurezza di Android

È proprio su questo secondo fronte che l’azienda ha espresso le preoccupazioni più nette. Heather Adkins, vicepresidente per l’ingegneria della sicurezza di Google e una delle figure storiche dell’azienda in questo ambito, ha di fatto dichiarato che le proposte attuali, se approvate così come sono state formulate, potrebbero tradursi in un aumento delle frodi e degli attacchi informatici ai danni degli utenti.

Secondo la dirigente, eventuali malintenzionati potrebbero iniziare a sfruttare le falle del nuovo sistema nel giro di poche settimane, soprattutto se ad Android venisse richiesto di concedere ai servizi di intelligenza artificiale esterni un accesso più profondo a funzioni delicate come microfono, fotocamera, contenuti visualizzati sullo schermo e app installate sul dispositivo.

I dati generati dalle ricerche online

Un altro punto di forte attrito riguarda i dati generati dalle ricerche online. La Commissione Europea chiede a Google di condividere con i motori di ricerca concorrenti informazioni paragonabili a quelle utilizzate internamente dall’azienda, comprese query di ricerca anonimizzate, dati sui clic degli utenti e informazioni relative al posizionamento dei risultati.

L’obiettivo dichiarato di Bruxelles è fornire ai motori di ricerca più piccoli e ai servizi di ricerca basati sull’intelligenza artificiale una base di dati sufficiente a migliorare i propri prodotti e competere in maniera più efficace con Google, che detiene circa il 90% del mercato globale della ricerca online.

Google, dal canto suo, sostiene di non poter garantire la protezione dei dati sensibili una volta che questi escono dalla propria infrastruttura. Secondo l’azienda, tali informazioni potrebbero trasformare le organizzazioni più piccole in bersagli particolarmente appetibili per gli hacker, anche qualora fossero sottoposte ad audit di sicurezza indipendenti e vincolate da accordi che vietano tentativi di identificazione degli utenti.

Adkins ha inoltre sottolineato come modelli di intelligenza artificiale sempre più sofisticati potrebbero rendere più semplice la de-anonimizzazione di grandi insiemi di dati, qualora questi finissero nelle mani sbagliate.

Non tutti condividono l’allarme di Google

Le preoccupazioni espresse dall’azienda non trovano però consenso unanime. DuckDuckGo, motore di ricerca noto per il suo approccio orientato alla privacy, sostiene che la proposta della Commissione riduca già il rischio di reidentificazione degli utenti a un livello trascurabile. Sulla stessa linea si posizionano i ricercatori del Knight-Georgetown Institute, secondo cui le misure di salvaguardia previste risulterebbero sufficientemente solide da consentire una maggiore concorrenza nel settore.

Gli stessi ricercatori fanno notare che Google dispone comunque dei mezzi necessari per verificare autonomamente l’efficacia delle tecniche di anonimizzazione proposte. Altri accademici, pur riconoscendo l’esistenza di rischi reali per la privacy, ritengono che questi debbano essere valutati insieme alle tutele tecniche previste dalla Commissione, senza per questo considerarli un ostacolo insormontabile all’attuazione della riforma.

Il fronte Android e l’insolita alleanza con Apple

Anche il capitolo relativo ad Android alimenta un acceso dibattito. I regolatori europei vogliono infatti che gli assistenti basati sull’intelligenza artificiale sviluppati da aziende concorrenti possano integrarsi più a fondo con il sistema operativo, includendo il supporto per le parole di attivazione vocale e la possibilità di interagire con app e dati personali degli utenti.

Google afferma di condividere gli obiettivi generali della Commissione, ma ritiene che un’apertura troppo rapida di queste funzionalità rischi di indebolire le protezioni di sicurezza che Android ha costruito nel tempo.

In un momento piuttosto insolito di convergenza tra due acerrimi rivali, anche Apple ha espresso pubblicamente il proprio sostegno ad alcuni degli argomenti sollevati da Google riguardo all’accesso ai sistemi operativi da parte di terzi.