Vi è mai capitato di aprire l’app di un social network per guardare un video di pochi secondi e ritrovarvi, senza quasi accorgervene, a scorrere il feed per un’ora intera? Se la risposta è sì, tranquilli, non siete soli: i video brevi, come quelli proposti da TikTok, da Instagram e Facebook (Reels), da YouTube (Shorts), sono diventati la vera forma di intrattenimento dominante nei media digitali e sono progettati appositamente per massimizzare il coinvolgimento degli utenti.

Ricercatori e psicologi hanno iniziato a chiedersi quale sia il vero costo di questa abitudine per la nostra salute mentale e cognitiva: dopo un periodo caratterizzato da prove frammentate e contraddittorie sugli effetti psicologici e neurologici, una nuova e ampia meta-analisi pubblicata sulla rivista accademica mensile Psychological Bulletin ha cercato di fare chiarezza, unendo “i puntini” di decine di studi precedenti. Il risultato è una vista d’insieme piuttosto preoccupante su come l’esposizione costante agli stimoli generati dai video brevi stia modellando la nostra capacità di pensare e il nostro benessere emotivo.

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L’impatto dei video brevi sulla nostra salute mentale

Come anticipato in apertura, una nuova e ampia meta-analisi, condotta da un team guidato da Lan Nguyen (ricercatore presso la facoltà di Psicologia Applicata della Griffith University) e pubblicata su Psychological Bulletin, ha proposto una vista d’insieme su come l’esposizione costante ai video brevi stia modellando la nostra capacità di pensare e il nostro benessere.

Più nello specifico, la ricerca ha evidenziato un’associazione negativa moderata tra il coinvolgimento con i video brevi e le prestazioni cognitive: in soldoni, le persone che hanno più interazioni con i contenuti di questo tipo, sembrano poi faticare in aree cruciali come la capacità di attenzione e il controllo inibitorio (ovvero la capacità di frenare gli impulsi e adattarsi alla situazione), mostrando maggiori difficoltà di concentrazione su compiti specifici.

Per spiegare questo fenomeno, i ricercatori hanno utilizzato la Teoria del processo duale che spiega come la ripetizione di uno stimolo possa portare a una diminuzione o a un aumento della risposta: da un lato, l’esposizione ripetuta ai video brevi e altamente stimolanti può desensibilizzare verso compiti più lenti e meno gratificanti (come la lettura e/o la risoluzione di problemi complessi); dall’altro lato, le “ricompense” fornite dall’algoritmo, che premiano lo spettatore con qualcosa che possa piacere come contenuto successivo, spingono a cercare una sorta di gratificazione istantanea, alimentando quel circolo vizioso che finisce col tenerci incollati allo schermo più del previsto.

L’uso compulsivo porta a cambiamenti strutturali nel cervello

I risultati comportamentali evidenziati dalla ricerca trovano riscontro anche in alcuni studi di neuroimaging: l’uso compulsivo dei video brevi è legato a cambiamenti strutturali nel cervello, come l’aumento della materia grigia nelle aree coinvolte nell’elaborazione delle ricompense (tra cui la corteccia orbitofrontale).

Inoltre, un elevato coinvolgimento “attivo”, ovvero le interazioni con i contenuti stessi partecipando alla discussione (con i commenti) o lasciando un like al contenuto, è stato collegato a una riduzione dell’efficienza della rete cerebrale responsabile dello stato di allerta, suggerendo un compromesso tra interazione sociale e prontezza ad elaborare le informazioni provenienti dall’ambiente circostante.

La “compulsività” ha effetti sul nostro benessere emotivo

Oltre alle funzioni cognitive, la ricerca ha esplorato l’impatto dei video brevi sul benessere emotivo. I dati raccolti, indicano una correlazione (piccola ma significativa) tra la fruizione di questi contenuti e più alti livelli di ansia, depressione e stress, oltre a un impatto critico sul sonno. Ciò succede per due motivi: la natura frenetica dei video causa un’attivazione fisiologica che può allungare il tempo necessario a prendere sonno; il design a scorrimento infinito di questi video sottrae ore al riposo notturno.

Un altro aspetto interessante è legato al fatto che il vero elemento traumatico per la salute non sia tanto il tempo trascorso a scrollare tra i video brevi quanto la compulsività della fruzione di questo tipo di intrattenimento, quasi come una sorta di dipendenza difficile da controllare che contribuisce a un aumento dei rischi per la salute mentale.

Per avere un quadro esaustivo servono ricerche a lungo termine

Il team di ricercatori guidato da Lan Nguyen ha comunque invitato tutti alla cautela relativamente ai risultati di questa meta-analisi, dato che la maggior parte degli studi analizati sono trasversali e quindi fotografano la situazione in un solo momento e non possono provare la causalità: ad esempio, le persone già ansione o già depresse potrebbero sfruttare i video brevi come meccanismo di distrazione o meccanismo per affrontare le situazioni percepite come stressanti.

Inoltre, l’impatto sull’immagine corporea e sull’autostima è risultato misto, suggerendo che in questi specifici casi conti molto più il tipo di contenuto visualizzato rispetto al mezzo in sé. È chiaro che, per avere un quadro completo ed esaustivo che aiuti a comprendere se ridurre il consumo dei video brevi possa effettivamente ripristinare il benessere perduto, siano necessarie ricerche a lungo termine.