AICore è il sistema di Google che gestisce i modelli di intelligenza artificiale installati localmente sullo smartphone. È lui, in altri termini, che fa girare funzioni come il rilevamento delle truffe nelle chiamate, la trascrizione audio, l’analisi degli screenshot e altri strumenti simili, senza inviare dati a un server esterno. Un approccio che è più rispettoso della privacy, ma che presta il fianco a qualche fastidio.
In particolare, un problema sempre più evidente emerge nel momento in cui questi modelli si aggiornano. Google ha infatti più volte chiarito nella sua documentazione ufficiale che, durante un update, AICore mantiene sul dispositivo sia la versione vecchia che quella nuova del modello per un periodo fino a tre giorni, perché se qualcosa va storto con il nuovo modello, il telefono può tornare a quello precedente senza dover riscaricare gigabyte di dati. Il risultato pratico è che, in quella finestra temporale, lo spazio occupato può superare i 10 gigabyte, con punte che alcuni utenti hanno registrato anche oltre quella soglia.
Naturalmente, chi ha tra le mani un telefono da 256GB potrebbe non accorgersi di tutto ciò. Ma chi possiede un dispositivo da 128GB potrebbe essere esposto a un sostanziale blocco dell’operatività, con l’impossibilità di installare nuove app e con la necessità di liberare spazio.
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I telefoni da 128GB sono diventati un problema?
Ad ogni modo, a generare qualche grattacapo non è solo AICore, ma le crescenti esigenze di spazio dei dispositivi di nuova generazione.
Uno smartphone da 128GB, una volta formattato, offre circa 119GB di spazio effettivo. Il sistema operativo Android ne occupa circa 20. Se si aggiunge il picco temporaneo di AICore, restano meno di 90GB per tutto il resto, tra foto e video, app e cache. E le abitudini degli utenti sono cambiate rispetto a quando quella soglia sembrava generosa, visto e considerato che le fotocamere girano video in 4K, le app di messaggistica accumulano contenuti multimediali, i servizi come Spotify o Google Maps mantengono cache locali sempre più consistenti.
Insomma, lo spazio finisce, e finisce in fretta.
Una scelta più commerciale e non tecnica
Che i 128GB siano stretti lo sanno bene anche i produttori. Eppure, continuano a proporre quella configurazione come punto di ingresso, perché abbassa il prezzo in etichetta e rende l’upgrade a tagli superiori più appetibile e più redditizio.
Il confronto con la concorrenza rende ancora più chiara questa situazione. Apple ha portato la linea iPhone 17 a un minimo di 256GB. Samsung ha fatto lo stesso con la serie Galaxy S26 e Galaxy S26+. OnePlus e Xiaomi partono anch’essi da 256GB sui loro top di gamma.
C’è anche un fattore economico esterno. Nel 2026 il mercato della memoria flash è sempre più sotto pressione, perché l’industria tech ha dirottato la produzione verso memorie ad alta larghezza di banda per i data center dedicati all’IA, restringendo la disponibilità e alzando i costi delle memorie per smartphone, rendendo così ancora meno conveniente per i produttori alzare il taglio base senza ritoccare il prezzo.
L’IA locale ha pregi e difetti
Come abbiamo anticipato, la promessa dell’intelligenza artificiale on-device è quella di elaborare dati sensibili direttamente sul telefono, senza passare dal cloud, dando così vita a un modello più privato, teoricamente più sicuro. Ma un simile pregio richiede anche tanta infrastruttura hardware tra spazio di archiviazione, potenza di calcolo e memoria.
È proprio qui che sorge il principale problema, con i modelli di IA locali che stanno diventando parte del carico di sistema di base di uno smartphone moderno, al pari del sistema operativo, richiedendo risorse sempre più sofisticate. Se il telefono non riesce ad assorbire gli aggiornamenti dei modelli, le foto e i video in alta risoluzione, oltre alla normale crescita delle app senza andare in difficoltà, allora probabilmente non dovrebbe essere quello il modello base di ogni produttore.
AICore ha dunque contribuito a rendere visibile un problema che esisteva già. I 128GB hanno avuto una vita lunga e di successo, ma per uno smartphone di nuova generazione, pensato intorno all’intelligenza artificiale, forse quell’esistenza è al capolinea.

