Google continua a puntare molto su Fitbit, soprattutto nella sua evoluzione come servizio di monitoraggio della salute personale grazie all’integrazione con Gemini. Durante “The Check Up”, l’evento annuale dedicato proprio alla salute, il colosso di Mountain View ha annunciato una serie di aggiornamenti sostanziali per Fitbit e in particolare del nuovo personal health coach. Si tratta dell’assistente basato sull’intelligenza artificiale che si comporta come un personal trainer e un consulente del benessere, con un occhio particolare alla cura del sonno. Proprio questi ambiti sono al centro dell’ultimo aggiornamento che ha come obiettivo quello di trasformare il dispositivo da semplice contapassi a qualcosa di più vicino a un consulente sanitario personale, capace di incrociare i dati con le informazioni cliniche reali.

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La misurazione del sonno

Fitbit personal health coach-1

Il primo aggiornamento riguarda il monitoraggio del sonno, da sempre uno dei punti di forza del marchio. Con questo update Fitbit promette un miglioramento del 15% nell’accuratezza con cui il sistema riconosce le diverse fasi del riposo notturno, addestrato su dataset più ampi e diversificati rispetto al passato. La novità concreta è che l’algoritmo ora riesce a distinguere in modo più preciso il momento in cui una persona si mette a letto cercando di dormire da quello in cui effettivamente comincia a farlo, rilevando con maggiore fedeltà risvegli, sonnellini e transizioni tra le fasi leggere, profonde e REM.

Fitbit personal health coach-2

Il parametro di riferimento dichiarato dall’azienda sono le misurazioni cliniche da laboratorio del sonno, le cosiddette polisonnografie. Il punteggio del sonno, già presente nell’app, viene riformulato per diventare più dettagliato, indicando non solo quante ore di riposo profondo si sono ottenute ma anche quanto tempo è stato necessario per raggiungerlo.

La ricerca che anticipa le malattie

Il secondo aggiornamento riguarda una realtà più complessa e delicata. Questa settimana è stato pubblicato sulla rivista scientifica Nature uno studio condotto da Fitbit che dimostra come i dati raccolti da un dispositivo indossabile possano anticipare segnali di resistenza all’insulina, una condizione che precede il diabete di tipo 2 e che spesso rimane invisibile per anni. Si tratta di un risultato con implicazioni potenzialmente rilevanti per la medicina preventiva, anche se siamo ancora in una fase di ricerca e non di applicazione clinica.

A partire dal mese prossimo, sempre per gli utenti in anteprima pubblica, sarà possibile collegare all’app un glucometro continuo, uno strumento che misura i livelli di glucosio nel sangue in tempo reale, e chiedere direttamente all’assistente all’interno dell’app come un allenamento specifico o un pasto abbiano influenzato la propria glicemia. Sebbene si tratti di una fase ancora prematura (ma neanche tanto), questa tecnologia potrebbe rappresentare una vera e propria rivoluzione sia nell’approccio diagnostico al diabete che nel superare i limiti nel rapporto tra tecnologia wearable di ampio consumo e tutela della salute.

Le cartelle cliniche nell’app

La novità più ambiziosa, e anche quella più carica di implicazioni, riguarda l’integrazione delle cartelle cliniche direttamente nell’applicazione Fitbit. A partire dal mese prossimo, gli utenti statunitensi potranno collegare la propria storia medica all’app, inclusi referti di laboratorio, elenco dei farmaci e cronologia delle visite mediche. Il sistema funziona tramite una verifica d’identità che richiede un selfie e un documento valido, in linea con gli standard di sicurezza IAL2, e consente di aggregare automaticamente dati provenienti da diversi provider sanitari. In pratica, invece di ricevere una risposta generica a una domanda del tipo “come posso migliorare i miei livelli di colesterolo?”, il coach potrà analizzare i referti personali dell’utente, evidenziare valori e tendenze rilevanti e fornire indicazioni personalizzate che tengono conto sia della storia clinica che dei dati raccolti dal dispositivo. Sarà inoltre possibile condividere questi dati con familiari o medici tramite un link o un codice QR.

Il problema della privacy

L’entusiasmo per tali innovazioni si scontra poi sempre con un nodo cruciale, quello della privacy. Oltre a vagliare l’accuratezza medica di questo tipo di approccio, resta sempre un ostacolo sul tema della privacy e l’implicazione che dati sensibili come quelli sanitari siano a disposizione di un’applicazione e di un modello di intelligenza artificiale.

Google si trova a gestire una quantità di dati sanitari personali senza precedenti per un’azienda consumer, e ne sembra consapevole. L’annuncio degli aggiornamenti di Fitbit dedica infatti uno spazio esplicito a questo tema, precisando che i dati medici non vengono utilizzati per la pubblicità e che l’utente mantiene il controllo su come vengono usati, condivisi o eliminati.

Una precisazione che per qualcuno può apparire difensiva (una sorta di volontà di mettere le mani avanti), ma che riflette la pressione crescente che le grandi piattaforme tecnologiche subiscono quando si avventurano nell’ambito della salute. L’approccio che Google sembra voler perseguire con Fitbit è quello di puntare non sulla quantità di sensori ma sulla profondità clinica delle informazioni disponibili, con l’ambizione di inserirsi attivamente nel percorso di cura delle persone e non solo di misurarlo dall’esterno.