Negli ultimi giorni è tornato prepotentemente al centro del dibattito europeo un tema che alcuni di voi potrebbero ricordare, e che ha già fatto discutere per anni: la conservazione obbligatoria dei dati degli utenti online. Un nuovo documento del Consiglio dell’Unione Europea, attualmente in circolazione tra gli stati membri, mostra infatti la volontà di rimettere mano alle regole sulla data retention, arrivando a imporre ai servizi digitali la conservazione dei dati degli utenti per un periodo fino a un anno, e potenzialmente anche oltre.
Un ritorno di fiamma che, come vedremo, si pone in netta controtendenza rispetto alle sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che in passato aveva bocciato senza troppi giri di parole norme simili.
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L’Unione Europea vuole conservare i dati degli utenti online per un anno
Uno degli aspetti più rilevanti, e per certi versi più delicati, di questa proposta è l’ampliamento drastico dei soggetti coinvolti; non si parla più soltanto di operatori di telecomunicazioni, ma di una platea molto più ampia che include:
- piattaforme cloud
- servizi di hosting e registrazione domini
- servizi di pagamento
- piattaforme di e-commerce
- servizi di ride-sharing e gaming
- provider VPN
- operatori legati alle criptovalute
- app di messaggistica con crittografia end-to-end come WhatsApp e Signal
In altre parole, qualsiasi servizio che metta in contatto le persone online potrebbe essere obbligato a trasformarsi, di fatto, in un archivio di dati accessibile alle autorità.
I funzionari europei tengono a precisare un punto: non si parla di leggere i messaggi o violare la crittografia end-to-end, l’obbiettivo dichiarato è raccogliere e conservare i cosiddetti metadati, ovvero informazioni come chi contatta chi, quando, da dove e tramite quale servizio.
Tuttavia, come molti avranno notato, si tratta di dati che, anche senza accedere al contenuto delle comunicazioni, permettono di ricostruire in modo estremamente dettagliato la rete sociale di una persona, le sue abitudini quotidiane, i suoi spostamenti, i suoi orari e comportamenti digitali. Un quadro che, messo insieme nel tempo, può risultare sorprendentemente invasivo.
Le precedenti leggi europee e nazionali sulla conservazione dei dati sono già state annullate, proprio perché prevedevano una raccolta indiscriminata dei dati di tutti, senza differenziazione, restrizione o eccezione.
La Corte di Giustizia aveva stabilito un principio chiaro: qualsiasi conservazione deve essere mirata, proporzionata e limitata nel tempo. Eppure, la nuova bozza sembra andare nella direzione opposta, proponendo di allargare ulteriormente la rete anziché restringerla.
Alcuni Paesi, come la Germania, avevano valutato soluzioni più mirate (ad esempio la conservazione temporanea di indirizzi IP e numeri di porta), ma il documento del Consiglio mostra come la maggioranza degli Stati membri spinga per un sistema molto più esteso e uniforme.
Se in passato il limite massimo si aggirava intorno ai sei mesi, la nuova proposta alza l’asticella, un minimo di un anno di conservazione dei dati, con alcuni governi che vorrebbero addirittura lasciare libertà agli Stati di estendere ulteriormente questo periodo.
Una scelta che appare quantomeno discutibile se si considera che le stesse forze dell’ordine hanno ammesso che dati più vecchi di poche settimane raramente risultano decisivi; il Bundeskriminalamt tedesco, tanto per fare un esempio, ha dichiarato che due o tre settimane di archiviazione sarebbero generalmente sufficienti. Una valutazione che, nel nuovo piano, sembra essere stata completamente ignorata.
Altro punto critico riguarda la definizione di reato grave, che verrebbe lasciata alla discrezione dei singoli Stati membri, questo apre la porta a uno scenario in cui gli stessi dati raccolti per contrastare minacce eccezionali potrebbero essere utilizzati anche per indagini di routine, dalle molestie online ai cosiddetti discorsi d’odio. Una volta che l’infrastruttura di sorveglianza esiste, come spesso accade, la tentazione di ampliarne l’uso diventa costante.
La Commissione Europea ha già completato le indagini preliminari e una consultazione pubblica, una valutazione d’impatto è attesa per l’inizio del 2026, mentre la proposta legislativa vera e propria dovrebbe arrivare entro la fine del primo semestre del 2026.
Se il piano dovesse andare avanti potremmo assistere al ritorno della conservazione dei dati su larga scala sotto una nuova etichetta, con conseguenze concrete per gli utenti comuni: attività online, chiamate, email, app utilizzate e spostamenti potrebbero essere archiviati in modo silenzioso per un anno o più, pronti per essere consultati dalle autorità quando necessario.
Come sempre, la partita si giocherà sull’equilibrio (tutt’altro che semplice) tra sicurezza e tutela della privacy, bisognerà attendere per capire se questo progetto riuscirà davvero a superare gli stessi ostacoli legali che in passato ne hanno decretato la fine.
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