Meta si trova ad affrontare una nuova causa legale che mette sotto accusa le sue pratiche pubblicitarie. La Consumer Federation of America (CFA), organizzazione nonprofit statunitense a tutela dei consumatori, ha presentato una proposta di class action contro l’azienda di Mark Zuckerberg, accusandola di non aver protetto adeguatamente gli utenti dalle pubblicità truffa su Facebook e Instagram.

La causa, riportata inizialmente da Wired, sostiene che Meta abbia violato le leggi a tutela dei consumatori del Distretto di Columbia, ingannando gli utenti di Facebook e Instagram riguardo alle truffe presenti sulle sue piattaforme. L’accusa più pesante è che l’azienda abbia “inseguito i profitti piuttosto che proteggere i propri utenti“, una formulazione che non lascia molto spazio all’interpretazione.

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Pubblicità truffa nella libreria di Meta

Il documento legale include numerosi esempi di presunte pubblicità fraudolente che la CFA afferma di aver trovato direttamente nella libreria inserzioni di Meta. Tra queste figurano annunci che promuovono un “iPhone governativo gratuito” e altri che promettono assegni da 1.400 dollari a persone nate in determinati anni.

Molte di queste inserzioni, secondo quanto riportato dalla CFA, utilizzano video generati con l’intelligenza artificiale, una tendenza che ormai rende le truffe sempre più credibili e difficili da identificare per gli utenti meno esperti.

Le pratiche pubblicitarie di Meta sono finite sotto i riflettori già lo scorso anno, quando Reuters aveva pubblicato un’inchiesta basata su documenti interni che indicavano come l’azienda stesse guadagnando miliardi di dollari da inserzioni che promuovevano truffe e prodotti vietati. Lo stesso report aveva evidenziato come alcuni processi interni di Meta rendessero paradossalmente più difficile per i suoi stessi dipendenti contrastare gli inserzionisti malevoli.

L’accusa: più è rischioso l’inserzionista, più Meta guadagna

La parte più dura della causa riguarda il modo in cui Meta gestisce gli inserzionisti considerati a rischio. “Meta sostiene di fare tutto il possibile per contrastare le pubblicità truffa sulle sue piattaforme“, si legge nel documento.

Ma in realtà, Meta ha consapevolmente adottato misure e politiche che aumentano i propri profitti a spese della sicurezza e del benessere dei suoi utenti. Invece di vietare gli inserzionisti che l’azienda stessa ha determinato rappresentare un rischio maggiore per i suoi utenti, come fanno altre aziende tech come Google, Meta si limita a far pagare di più a questi inserzionisti. Il risultato perverso è che più l’inserzionista è rischioso, più Meta guadagna“.

Un’accusa tutt’altro che leggera, che dipinge un quadro in cui, a quanto pare, la sicurezza degli utenti sia stata sistematicamente sacrificata sull’altare dei ricavi pubblicitari.

La risposta di Meta

L’azienda ha respinto le accuse con decisione. “Queste affermazioni travisano la realtà del nostro lavoro e le contesteremo“, ha dichiarato un portavoce di Meta.

Il colosso ha ribadito di combattere aggressivamente le truffe sulle piattaforme per proteggere persone e aziende. Solo lo scorso anno pare abbiano rimosso oltre 159 milioni di inserzioni truffa, il 92% delle quali eliminate prima che qualcuno le segnalasse, e aver chiuso 10,9 milioni di account su Facebook e Instagram associati a centri criminali dedicati alle truffe.

Combattiamo le truffe perché sono un danno per il business: le persone non le vogliono, gli inserzionisti non le vogliono, e nemmeno noi le vogliamo“.

Numeri importanti, quelli citati da Meta, che però non sembrano aver convinto la CFA a fare un passo indietro. La causa è appena agli inizi e nelle prossime settimane ne sapremo di più su come si svilupperà il procedimento legale.