Avete presente la normativa europea che avrebbe dovuto garantire aggiornamenti software per un periodo minimo di cinque anni? Ecco, a quanto pare, a conti fatti, le cose non stanno veramente così, come già avevamo anticipato qualche mese fa con le rimostranze di Motorola. Il problema consiste nella formulazione di una specifica frase all’interno del Regolamento 2023/1670 della Commissione Europea, in vigore dallo scorso 20 giugno 2025. L’iniziale interpretazione poteva lasciar intendere questo obbligo di almeno cinque anni di aggiornamenti, ma in realtà non è così: vediamo come stanno le cose.

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Regolamento UE da “rivedere”: di fatto, non c’è un vero obbligo sugli aggiornamenti

Con il Regolamento 2023/1670 della Commissione Europea, è entrata in vigore la scorsa estate la normativa Ecodesign dell’Unione Europea, che tra le altre cose fissa standard su riparabilità, durata delle batterie e longevità del software. Inizialmente si pensava che la normativa avrebbe obbligato i produttori a fornire almeno cinque anni di aggiornamenti del sistema operativo sugli smartphone (e non solo). Andando a leggere attentamente il Regolamento completo, precisamente all’Allegato 2, sezione 1.2, punto 6 (a), sembra proprio esistere una “falla” nella prima frase, che va anche a mitigare l’effettiva importanza dei punti successivi.

Ecco la frase “incriminata”:

Aggiornamenti del sistema operativo: dalla data di fine immissione sul mercato e per almeno 5 anni dopo tale data, i fabbricanti, gli importatori o i mandatari, se forniscono aggiornamenti di sicurezza, aggiornamenti correttivi o aggiornamenti delle funzionalità di un sistema operativo, rendono tali aggiornamenti disponibili gratuitamente per tutte le unità di un modello di prodotto con lo stesso sistema operativo“.

Nel testo, come evidenziato, è presente una parola precisa che risulta decisiva nell’interpretazione: quel “SE”, cambia completamente le carte in tavola. Di fatto, non impone ai produttori di rilasciare aggiornamenti, ma solo, nel caso lo facciano, di non farli pagare e di renderli accessibili per cinque anni. Seguendo dunque il testo del Regolamento, non esiste alcun obbligo formale di offrire cinque anni di supporto software per quanto riguarda gli aggiornamenti del sistema operativo.

Anche quanto riportato sul sito ufficiale può essere mal interpretato, a una lettura veloce. In questa pagina, è possibile leggere i seguenti requisiti:

  • resistenza a cadute accidentali o graffi e protezione da polvere e acqua;
  • batterie sufficientemente durevoli che possono sopportare almeno 800 cicli di carica e scarica mantenendo almeno l’80% della loro capacità iniziale;
  • norme sullo smontaggio e la riparazione, compresi gli obblighi per i produttori di rendere disponibili i pezzi di ricambio basilari entro 5-10 giorni lavorativi e per 7 anni dopo la fine delle vendite del modello sul mercato dell’UE;
  • disponibilità degli aggiornamenti del sistema operativo per periodi più lunghi (almeno 5 anni dalla data di fine della commercializzazione dell’ultima unità di un modello di prodotto);
  • accesso non discriminatorio per i riparatori professionisti a qualsiasi software o firmware necessario per la sostituzione.

Qui è la parola “disponibilità” (“availability” in inglese) a confondere. La questione viene confermata anche dal sito finlandese AfterDawn, che ha interpellato le autorità competenti (la Finnish Safety and Chemicals Agency, meglio conosciuta come Tukes) per un chiarimento. La risposta (tradotta) è la seguente:

In risposta alla sua domanda se gli operatori (produttori di smartphone) siano tenuti a produrre nuovi aggiornamenti, la nostra interpretazione dei requisiti di Ecodesign è che non lo siano. Tuttavia, gli operatori sono tenuti a fornire gli aggiornamenti di sicurezza, correttivi e delle funzionalità del sistema operativo esistente per cinque anni dalla data in cui l’unità fisica finale del modello è stata immessa sul mercato“.

Parliamo dunque di una regolamentazione con l’intento di migliorare la durata del supporto software per gli smartphone, ma che nei fatti non pone alcun obbligo concreto per i produttori. Questa potrebbe essere una cattiva notizia per il futuro: le aziende potrebbero infatti cogliere la palla al balzo e offrire politiche di aggiornamento “deludenti”. Considerando che alcuni brand ne fanno un punto di forza (ad esempio Google, Samsung ed Apple), potrebbe però trattarsi di un modo di agire controproducente.

Rimaniamo in attesa di eventuali chiarimenti da parte della Commissione Europea, sperando che questa “nuova” interpretazione non venga davvero presa come riferimento dai vari produttori.