Il Parlamento Europeo compie un nuovo passo, significativo e per molti versi storico, verso un quadro di protezione più rigido per i minori online, proponendo un’età digitale minima armonizzata di 16 anni per l’accesso a social media, piattaforme di condivisione video e servizi basati sull’intelligenza artificiale. Una soglia che, come sempre accade quando si parla di regolamentazione dell’online, mira a creare un equilibrio tra libertà digitali, responsabilità delle piattaforme e crescente preoccupazione per gli effetti (fisici, psicologici e comportamentali) che i più giovani sperimentano quando interagiscono con contenuti e sistemi non pensati per loro.
La relazione, adottata con 483 voti favorevoli, 92 contrari e 86 astensioni, mette infatti nero su bianco un tema che ormai da anni ritorna nei dibattiti pubblici: i minori passano online una porzione enorme della loro giornata (il 97% naviga quotidianamente e il 78% dei ragazzi tra i 13 e i 17 anni controlla il proprio smartphone almeno una volta all’ora) e, spesso e volentieri, lo fanno all’interno di ambienti progettati per massimizzare il coinvolgimento, non certo la sicurezza. Un dettaglio che, almeno stando alla ricerca citata, si traduce in un dato allarmante: un minore su quattro mostra un uso problematico del telefono, con pattern che ricordano da vicino quelli tipici delle dipendenze.
Indice:
- La nuova soglia di età per i social e il nodo della verifica
- Stop allo scorrimento infinito, ai consigli a ingaggio e alle pratiche manipolative
- Loot box, valute virtuali e pay-to-progress nel mirino dell’UE
- Nuove sfide legate all’IA generativa
- Un consenso pubblico quasi totale, ma la strada resta lunga
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Il Parlamento chiede dunque che l’accesso a social e piattaforme affini venga consentito liberamente solo dopo i 16 anni, per i ragazzi dai 13 ai 16 anni resterebbe comunque possibile utilizzare questi servizi, ma esclusivamente con il consenso dei genitori, rafforzando così la consapevolezza familiare e riducendo l’esposizione incontrollata a feed algoritmici, contenuti inappropriati o interazioni potenzialmente dannose.
Questo approccio ovviamente, richiede un ecosistema di verifica dell’età realmente affidabile, non a caso i deputati sostengono lo sviluppo di un’app UE dedicata e l’integrazione con il portafoglio europeo di identità digitale (eID), chiarendo però che tali strumenti, per quanto avanzati, non possono diventare un alibi per le piattaforme, che restano responsabili della progettazione di servizi adatti ai più giovani fin dalle fondamenta, senza dark pattern, senza meccaniche che invogliano a rimanere online più del dovuto e senza scorciatoie che trasformino la sicurezza in un semplice adempimento burocratico.
Per rafforzare il meccanismo di responsabilità, il rapporto introduce anche un concetto destinato a far discutere: i dirigenti senior potrebbero essere ritenuti direttamente responsabili in caso di violazioni gravi e ripetute, in particolare quando tali mancanze riguardano la tutela dei minori e la verifica dell’età; una prospettiva che, se confermata in futuro, cambierebbe radicalmente il modo in cui le big tech gestiscono la compliance al Digital Services Act.
Stop allo scorrimento infinito, ai consigli a ingaggio e alle pratiche manipolative
Uno dei punti centrali della proposta riguarda la limitazione, e in alcuni casi il divieto, delle funzionalità digitali considerate più dannose o assuefacenti. Si parla, tanto per fare qualche esempio, dello scorrimento infinito, della riproduzione automatica dei video, del pull-to-refresh e dei sistemi basati su cicli di ricompensa, tutti meccanismi che negli ultimi dieci anni hanno contribuito a plasmare le abitudini digitali dei più giovani su social e piattaforme, spesso in modi difficili da controllare.
Non meno rilevante è lo stop ai sistemi di raccomandazione basati sul coinvolgimento, cioè quegli algoritmi che privilegiano ciò che tiene l’utente incollato allo schermo più a lungo, senza considerare adeguatamente sensibilità, età e vulnerabilità; una misura che, secondo il Parlamento, è fondamentale per limitare l’esposizione dei minori a contenuti tossici, polarizzanti o manipolativi.
Nel mirino finiscono anche le tecnologie persuasive, dall’influencer marketing alla pubblicità mirata, fino ai dark pattern che spingono a cliccare o condividere in modo inconsapevole; tutti elementi a oggi molto presenti sui social, e che verranno affrontati nel prossimo Digital Fairness Act, sancendo una linea di demarcazione più netta tra ciò che è considerato design legittimo e ciò che rientra nella manipolazione psicologica.
Loot box, valute virtuali e pay-to-progress nel mirino dell’UE
Non solo social, il rapporto sottolinea come nell’universo videoludico e mobile esistano pratiche che riproducono dinamiche molto vicine al gioco d’azzardo: loot box, ruote della fortuna, valute in-app, sistemi pay-to-progress e altre funzioni basate sul caso; secondo i deputati tutti questi elementi dovrebbero essere vietati quando coinvolgono minori, per evitare che dinamiche potenzialmente compulsive vengano normalizzate sin dalla giovanissima età.
Il Parlamento chiede inoltre di estendere pienamente la protezione del Digital Services Act alle piattaforme video online, colmando alcune lacune normative che negli ultimi anni avevano reso difficile un controllo uniforme dei contenuti rivolti ai più giovani.
Nuove sfide legate all’IA generativa
Come molti di voi avranno notato, negli ultimi mesi l’intelligenza artificiale generativa è diventata uno dei principali fattori di rischio emergenti per i minorenni, soprattutto quando entra in gioco la creazione di contenuti sintetici non consensuali, che poi vengono condivisi sui social.
Per questo i deputati chiedono azioni rapide e coordinate contro i deekfake, chatbot di compagnia, agenti autonomi e applicazioni basate sull’IA in grado di generare nudità o immagini manipolate, un fenomeno che sta crescendo con una rapidità tale da rendere urgente un aggiornamento delle norme e degli strumenti di tutela.
Un consenso pubblico quasi totale, ma la strada resta lunga
Secondo i dati dell’Eurobarometro 2025 citati nella relazione, più del 90% degli europei ritiene necessarie misure stringenti per proteggere i bambini online, il 93% teme gli impatti negativi dei social sulla salute mentale, il 92% indica il cyberbullismo come un’emergenza crescente e altrettanti chiedono una limitazione efficace ai contenuti non adatti all’età. Numeri che mostrano chiaramente quanto la sensibilità collettiva sia cambiata negli ultimi anni, complice anche l’accesso ai dispositivi sempre più precoce.
Gli Stati membri nel frattempo, stanno già introducendo sistemi di verifica dell’età, iniziative educative, restrizioni sull’uso degli smartphone nelle scuole e campagne anti-bullismo; tuttavia l’applicazione uniforme delle norme europee resta complicata e richiede coordinamento, risorse e strumenti tecnici condivisi, soprattutto perché molte piattaforme operano su scala globale e adottano policy non sempre compatibili con le linee guida UE.
È probabile che la prossima fase del percorso europeo si concentri su un rafforzamento dell’applicazione del DSA, su un’espansione dei sistemi di verifica dell’età e su nuove iniziative per prevenire il cyberbullismo e contrastare lo sfruttamento commerciale dei minori (come il fenomeno sempre più diffuso del kidfluencing). Sullo sfondo inoltre, avanza la necessità di monitorare meglio l’impatto dei social sulla salute mentale e di affrontare un tema finora sottovalutato, ovvero lo sharenting, cioè la condivisione eccessiva di foto e informazioni dei figli da parte dei genitori.
Bisognerà attendere prima di vedere queste misure tradotte in regolamenti operativi e verifiche concrete, ma la direzione è chiara, l’UE non vuole più limitarsi a dichiarazioni generiche, ma si prepara a tracciare linee più nette, vincolanti e soprattutto pensate per ridurre l’impatto delle tecnologie più persuasive sulla vita dei più giovani.
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- I giovani sono diventati più consapevoli degli effetti negativi dei social media

