Quanto è “open” Android Wear?

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Con la nascita ed il diffondersi dei dispositivi indossabili, era inevitabile che Google decidesse di entrare nel gioco e proporre la sua visione di come dovrebbero essere i wearables. Android Wear è l’espressione della visione di Google e ha già raccolto consensi da parte di critica e utenza. Il problema, a questo punto, è il seguente: quanto sarà open Android Wear?

Il fatto non è scontato. Se, da un lato, si tratta pur sempre di Android – che è per definizione aperto – e quindi di un sistema accessibile, dall’altro lato assistiamo sempre più ad una chiusura da parte di Google. Già quasi tre anni fa discutevamo dell’effettiva apertura di Android (in un bellissimo articolo di MaxArt), ma le discussioni non si sono arrestate col tempo e, anzi, sembrano essere aumentate negli ultimi tempi grazie allo spostamento di molte funzionalità da applicazioni parte dell’AOSP (e quindi open source) verso applicazioni proprietarie di Google.

Gli esempi non mancano: basta pensare alle applicazioni di default sul nuovo Nexus 5, che sono spesso closed source. L’applicazione Messaggi (open) è stata sostituita da Hangouts (closed), Browser da Chrome, Telefono da Google Dialer, il lettore musicale da Play Music, la galleria da Foto di Google+, il calendario da Google Calendar. Lo stesso launcher è stato sostituito con uno chiuso. Sono servizi comodi? Indubbiamente. Sono open source? Indubbiamente no. La cosa ci piace? Dipende da quanto siamo affezionati all’open source ed ai suoi valori di libertà individuale e collettiva. Alla maggior parte delle persone potrebbe non importare poi molto.

Con Android Wear, però, ci troviamo di fronte ad un grande dilemma: sarà realmente open source, nel senso che sarà possibile scaricare il “pacchetto completo” con tutte le funzionalità dal sito del progetto AOSP, oppure Google seguirà il modello che sta portando avanti con Android in questi anni?

Dopotutto, non è fantascientifica l’ipotesi che Google utilizzi Android solo come base per poi innestarci sopra i suoi servizi e le sue applicazioni closed source. L’ipotesi che si sta facendo strada nella community di modder e hacker è che Google utilizzi applicazioni proprietarie per fornire tutte le funzionalità di Android Wear: dall’interfaccia sino alle funzionalità dietro di essa, come il passaggio delle notifiche dal telefono allo smartwatch.

Questo porterebbe ad un grado di libertà decisamente minore riguardo quello che si può fare con i dispositivi: di fatto, sarebbe molto difficile apportare modifiche per introdurre nuove funzionalità e modificare quelle esistenti. Parafrasando una nota pubblicità di qualche anno fa: no source code, no party.

mikeiridis, sviluppatore molto attivo sul forum di XDA, spiega bene la situazione:

Secondo me c’è una domanda MOLTO importante che non ha ancora ricevuto risposta.
Sono preoccupato che Google pensi che sia stata TROPPO aperta con Android vero e proprio e cerchi di chiudere Wear anche più [di quanto sta facendo con Android].
Se l’attuale emulatore in anteprima offre una buona visione di ciò che sarà, allora Wear è solo un’altra variante di Android. Molte applicazioni normali possono girarci sopra, anche se con qualche problema. Ho testato la mia applicazione e più o meno funzionava, con una UI tutta schiacciata.
Quindi penso che UN SACCO del codice di Wear è GIÀ nell’AOSP. Ma Google rilascerà abbastanza codice specfico di Wear da permettere di creare delle ROM? Lo spero proprio.

D’altronde il problema è sfaccettato e non riguarda solo le ROM.

Quante possibilità di modifica avranno i produttori? Il rischio è che si crei un appiattimento lato software, che farà sì che tutti i dispositivi abbiano le stesse identiche funzionalità (o poche differenze) ma si differenzino solo per l’hardware, così come succede con Windows Phone. Questo, di fatto, toglierebbe molta attrattiva ad Android, il cui bello è proprio la possibilità di personalizzazione sia da parte dei produttori, che spesso riescono a creare cose magnifiche (chi ha detto “Sense”?), sia da parte degli utenti, che possono aggiornare il software con ROM non ufficiali per prolungare la vita dei dispositivi o semplicemente cambiarne aspetto e funzionalità.

Insomma, Wear potrebbe essere il più grande successo o il più grande flop – almeno restando tra gli appassionati. Non c’è pressoché dubbio che i dispositivi con Wear saranno venduti in grandi quantità (almeno per gli standard del settore), viste anche le prevedibili campagne pubblicitarie che accompagneranno il lancio dei primi dispositivi. Ma che Google stia prendendo una strada molto poco apprezzabile dagli amanti dell’open è un dato di fatto incontrovertibile e che, purtroppo, appare ineluttabile.

È forse ora di dire addio al grande sogno del sistema operativo totalmente open source (o quasi) che mette tutti d’accordo e che promette concordia e mutuo aiuto? Forse no. Il sogno continua, ma forse non sarà Google ad essere protagonista assoluta: forse, finalmente, lo saranno tutte le persone della comunità che con passione ed impegno continuano a lavorare insieme per continuare a sognare.

Commenti

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  • sardanus

    d’accordo che google ci ha messo le app proprietare però voglio ricordarvi che è possibile disattivare queste app e usarne altre dal playstore (e su kitkat si può scegliere anche quale launcher e quale servizio di messaggistica impostare di default nelle impostazioni)

    • Ma sarà lo stesso per Android Wear? Se la tendenza è quella di chiudere tutto, non è affatto detto che sarà possibile modificare la versione indossabile di Android.

      • sardanus

        Se così fosse forse è meglio così. A parte la libertà dell’utente e discorsi affini, gli smartwatch sono dispositivi ancora troppo giovani. È giusto che google, almeno all’inizio, imponga delle direttive per evitare eventuali frammentazioni del software. Poi chi vivrà vedrà. Parlare del tema dell’articolo in riferimento ad android wear lo trovo prematuro. Sono sicuro che ci sarà sempre la possibilità di installare app alternative e di poterle settare di default. Detto questo paragonare la “chiusura” di google a quella di apple mi sembra insensato. Un’azienda deve dare delle direttive per alcuni aspetti (non per ogni cosa come fa Apple) a cui gli sviluppatori devono attenersi altrimenti si va in anarchia. Tutto questo sempre IMHO ;)

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